OZU, l’officina

Una fabbrica persa in mezzo a un bosco, un luogo dove l’arte, la tecnologia e l’industria sono state inghiottite dalla natura. Non solo un edificio nuovamente abbandonato, ma un monito silenzioso del tempo che passa e della forza inarrestabile del mondo naturale. Un complesso di mattoni, vetri e cemento, con l’imponente canna fumaria che un tempo sputava fumo, e che adesso è coperta da rampicanti e abitata da bestioline notturne. Non tutte le finestre sono rotte, i telai di metallo non ancora del tutto arrugginiti, e all’interno, cristallizzato nel tempo, ancora sculture e scrivanie, luci e telai, attrezzi e libri. Ormai oggetti inutili, immobili e silenziosi, coperti da uno strato di polvere e detriti di varia origine, vegetale e animale. Le radici delle piante rampicanti che si fanno strada attraverso pertugi, i marciapiedi dalle fondamenta incrinate che sollevano il pavimento e distorcono la struttura. L’aria è comunque diversa, lì non c’è più l’odore delle attività artistiche e della grande cucina, ma il profumo umido della terra, delle foglie marce e dei funghi. Il tanfo dei troppi ghiri. Il suono delle attività è stato sostituito dal fruscio del vento tra gli alberi, dal cinguettio degli uccelli e dal crepitio dei rami, alcuni addirittura crollati sotto il proprio peso. La luce del sole filtra attraverso la fitta vegetazione che la circonda, creando giochi di luce e ombra che sembrano danzare sulle superfici rovinate. Questo luogo, un tempo pulsante di vita umana e attività, è ora un paradiso per la fauna selvatica, per i ghiri e gli uccelli notturni che hanno reclamato e recuperato il loro spazio. Volpi sotto le scale, nidi di uccelli tra le travi in cemento, insetti, e la vegetazione che cresce spontaneamente ovunque, tra le crepe della stradina asfaltata che la contorna e anche all’interno dell’edificio. È ancora un’immagine potente di decadenza e rinascita, delle molte rinascite e delle tante decadenze.  Un luogo che può ancora una volta rinascere, cancellando in un attimo il mistero del rudere e la malinconia dell’abbandono, e ritornando di nuovo un topos di inquietante bellezza, come  l’unione tra l’opera dell’uomo, l’arte e la resilienza della natura.

Vorremmo che questa ennesima rinascita fosse più un’unione tra piante, persone e animali, che non un ripristino della fabbrica che fu. Un’inclusione e non una guerra che esclude e separa. Un luogo accogliente per tutti. 

3 pensieri riguardo “OZU, l’officina

  1. Che dire Enrico …, sei per me inarrivabile.

    Sommo poeta, di professione accarezzatore d’anime.

    Ricordi indimenticabili a OZU, al punto che non provo tristezza e
    nemmeno malinconia.

    OZU resta una testimonianza eterna della creatività e dell’ingegno umano
    che hanno saputo regalare a tanti un’esperienza indimenticabile in tutti
    e per tutti i sensi.

    Nonostante la fiducia che siamo obbligati a nutrire per l’uomo, nutro
    fondati e seri dubbi che per i prossimi 500 anni (almeno) qualcuno possa
    partorire un’analoga idea e soprattutto che vengano ad esistenza
    animatori e costrutturi del rango tuo e di Paola che con Ettore (baciato
    da Dio o dagli Dei) hanno reso irripetibile OZU.

    Abbraccio forte

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Scrivi una risposta a Eduardo Marotti Cancella risposta