Un uomo mite

Ieri mattina se n’è andato un amico, uno di quelli importanti, e adesso mi manca l’aria, devo riprendere fiato, perché i suoi cari sono anche i miei, e le cose si complicano. Betta, sua moglie, è la sorella di Cristina, la mia prima amatissima moglie che ho perso del tutto solo pochi anni fa. Questo semplice, crudele incastro amplifica il gelo che adesso mi attanaglia. Era malato Marco? Era malato, sì, ma non di un male banale, era malato di vita. Gli piaceva bere, come pure gli piaceva mangiare e non disdegnava affatto le donne, anzi. Non ricordo se fumasse, il che, nel nostro mondo di nevrosi, sarebbe stato un piccolo miracolo. Era un uomo di vastissima cultura, un vero cinefilo, un uomo che, quando gli era concesso, il cinema lo faceva. E non dozzinale. Marco era, soprattutto, un uomo mite. E la mitezza, purtroppo, non è un tratto che gioca a favore in questa valle di lacrime finte e di sgomitate feroci. So per certo che la sua generosità non gli è stata sempre ripagata, che ha conosciuto l’umana ingratitudine di alcuni che lui aveva abbondantemente aiutato. Nulla di originale, direte voi, gli ingrati, si sa, abbondano. E figuriamoci nel mondo farlocco del cinema, dove se non porti un cognome famoso o non sei figlio d’arte – o di qualcuno a sua volta noto – non sei nessuno. Eppure, Marco poteva vantare un’ascendenza illustre: suo padre era stato uno studioso, un filosofo famoso, un pensatore tra i più celebrati, ma esattamente come lui, schivo e appartato, lontano anni luce dalle correnti in voga, fedele alla solitudine intellettuale di Nietzsche e di Schopenhauer. Un uomo che aveva cercato nell’antica sapienza presocratica l’autentico logos a cui ritornare. Marco, però, non ha mai approfittato di quel cognome, ha preferito farsi da sé, senza dover dimostrare nulla a nessuno. Non vorrei però dare l’idea che fosse un fallito. Macché! Marco è stato un regista e uno sceneggiatore capace; ha lavorato come autore e regista in teatro, tenendo corsi di scrittura creativa persino allo Studio Fersen e all’Università di Urbino. Era anche autore e regista di cinema, così come in televisione e radio, firmando puntate di alta divulgazione su filosofia, mito e storia. Molte sue opere, in fondo, indagavano una cosa sola: l’ipocrisia e la sottile, quasi impercettibile, violenza esercitata dalle istituzioni sociali – in primis, la famiglia – sugli individui più soli e indifesi. Ci conoscemmo negli anni Settanta, in quell’epoca ingannevole di promesse, chissà come e dove. Probabilmente in una di quelle tante rinunciabilissime feste a casa di un qualche conoscente comune. Feste in cui io mi sentivo quasi sempre come un pesce fuor d’acqua, teso e a disagio, e l’unico modo davvero efficace per sciogliermi era bere, si, approfittare dell’alcol. Del resto, le feste migliori non sono forse quelle dove abbonda l’accoppiata vincente: donne e champagne? Certo che sì. E infatti proprio in una di queste evitabili occasioni, ci ritrovammo accanto al buffet, lato bevande, entrambi abbastanza brilli e, di conseguenza, molto, molto brillanti. Lui tutto preso a schivare il corteggiamento insistente di una scaltra brunetta tutta pepe, che (forse) era stata informata da qualcuno che Marco era un aiuto regista e impegnato, in quel momento, a preparare un film. Io, nel frattempo, stavo in trincea, controllando che nessuno allungasse le mani sulla mia compagna, che per l’occasione era abbigliata (si fa per dire) in uno scandaloso pigiama palazzo di uno speciale chiffon che, invece di coprire e nascondere, esibiva, mettendo in mostra ogni più piccolo, delizioso dettaglio del suo corpo. La pessima musica, le chiacchere oziose e il continuo cicalare dei troppi lacché ancora lì presenti nonostante l’ora estremamente tarda, non sembrava dovesse finire mai, ma noi non ne potevamo davvero più, ne avevamo avuto abbastanza e, dopo un’occhiata complice e alla chetichella togliemmo rapidamente il disturbo. L’insopportabile suono della festa arrivava fin giù nel vicolo, ma lì l’aria di Trastevere, a quell’ora tersa e piacevolmente fresca, era capace di miracoli. Così mi ripresi, accorgendomi che Marco, seduto sul sellino del Vespone stava cercando di metterlo in moto scalciando disordinatamente sul pedale, ma con tale violenza che questo gli sfuggiva ogni volta da sotto la scarpa.  Era chiaro che aveva alzato un po’ troppo il gomito, sicuramente, dico io, per liberarsi dalle troppe insistenze della brunetta. Cercai disperatamente di dissuaderlo, ma non ci fu nulla da fare. Alla fine riuscì,  mise in moto e con una sgassata che pareva un ruggito il vecchio Vespone si impennò, partì a razzo e sfrecciò via nella notte romana. Seppi poi che a casa ci arrivò. In un modo o nell’altro, Marco arrivava sempre. Adesso, invece, se n’è andato, e per sempre. E il gelo resta.

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