Tre quarti di me

Perché dovrei perdere me stesso per essere come gli altri? Me lo domandavo un giorno di tanti anni fa, in una di quelle mattine tiepide di primavera, solita illusione della rinascita. Ero in piedi, davanti allo specchio opaco di un lussuoso bagno che non era di casa mia, e la frase di Schopenhauer mi era risuonata in mente come una verità assoluta, un proiettile a uranio arricchito. Non ero in quel momento il solito Blasi, l’eterno teen ager in crisi, il Peter Pan boomer, a cui tutto è dovuto e che tutto ha, lì, subito e a portata di mano. No, in quel momento ero solo un manichino, e con l’anima in leasing. Non più la mia versione originale, quella che amava le geometrie imperfette, le deviazioni dal cliché, i silenzi lunghi come deserti, e che stavo per decidere di archiviare sotto la dicitura “progetti non redditizi”. Mi stavo accorgendo che potevo rischiare seriamente di inseguire il sogno fasullo di una vita “normale”, fatta di rate da pagare, di donne false ma appariscenti e di cene con discorsi triti sulla crescita del PIL, dell’ultimo goal della Roma e di sguardi di approvazione del branco. Che scemo, e perché mai dovrei sostituire la mia, pur banalissima singolarità con una ancor più banale serialità solo per guadagnarmi cosa, un posto all’affollato tavolo dei mediocri? Mi stavo forse illudendo che uniformarmi fosse la mia sola possibilità di sopravvivenza in un mondo in cui l’unico valore è il denaro? Guardavo me, la mia immagine allo specchio, e in filigrana vedevo loro, i loro occhi spenti, i loro tic, le grisaglie alla moda e le solite frasi fatte che adesso sentivo rimbalzare sulle pareti del bagno come un’eco lontana, fioca e stanca. Avrei anche dovuto imparare rapidamente a disprezzare il mio vecchio io, anarchico e sognatore, perché non “pratico”, e neppure  “integrato”. Ma ora, nel riflesso di quel vetro in cui qualcuno aveva lasciato tracce di un rossetto volgare, iniziavo a vedermi nell’involucro vuoto in cui mi sarei dovuto trasformare, in un io contraffatto e privo della spina dorsale, un corpo amorfo e privo di verità. Un’immagine terribile, ad alta risoluzione, ma inaccettabile e totalmente priva di senso. La vita è una sola, mi dicevo fissando il vetro, e perché mai dovrei costringerla in questo stampo di accettazione? Diventare un numero, non un uomo, ecco l’ultima, più amara delle verità, e i numeri, si sa, non piangono. Restano lì, sulla colonna finale, a mostrarti il conto da pagare che è sempre salatissimo. Perdere me stesso per essere come gli altri? La frase, che mi tornava continuamente a galla, poteva risultare come Il necrologio di un’identità dismessa, barattata per la tessera associativa in un club di anime morte. Ero lì, in piedi, davanti al lavandino di un bagno che, a ripensarci, era la metafora perfetta di quello sprazzo della mia esistenza recente: piastrelle beige, luci sapientemente calibrate per nascondere le rughe della pelle e l’odore piacevole di un costoso disinfettante, che serviva solo ad annullare ogni traccia di vita organica, di vero sudore, di vero naturalissimo profumo e odore. Mi guardavo allo specchio e vedevo l’uomo che tutti si aspettavano, il prodotto finito della pressione sociale: un abito sartoriale senza una piega, la barba curata come un giardino zen destinato a non essere mai smosso, e negli occhi, ecco la cosa più spaventosa di tutte, la resa, la totale mancanza di un centro di gravità. Il mio sé originale, quello che amava i libri per la loro architettura mentale irrequieta, che si perdeva per ore a fotografare le crepe nei muri anziché i tramonti da cartolina, non era più lì, lo avevo accantonato, messo in quarantena, come un’entità fastidiosa, un’anomalia statistica da correggere. La transizione, la metamorfosi non ancora conclusa, era iniziata da tempo, con quelle cene insipide ma sfarzose dove la verità è bandita, come fosse un virus. Lì avevo imparato a modulare la mia voce, a non ridere troppo forte delle mie stupidaggini, a non citare più l’arte o lo spettacolo quando il discorso virava sui tassi d’interesse o sulle destinazioni balneari in voga. Stavo imparando anche l’arte sottile della simulazione, ad annuire con convinzione a opinioni che avrei dovuto invece trovare vacue, a mostrare un interesse forzato per la carriera del figlio dell’amico, e, peggio di tutto, avrei dovuto presto imparare a non dire ciò che pensavo. Diventare un maestro nel maneggiare il silenzio conforme, quel vuoto sonoro che fa sentire tutti al sicuro. “Devi essere pratico,” mi avevano detto. “Lascia stare i sogni, sono roba da adolescenti. Abbiamo una vita sola, approfittane, non buttarla via, pensa ai soldi.” E io, con la docilità di un quadrupede domestico, stavo per accettare il guinzaglio. Oggi mi è chiaro che sostituire il caos fertile della propria interiorità con l’ordine asettico dell’esteriorità, è come barattare un’antica, preziosa macchina fotografica a obiettivo fisso, che ti costringe a pensare l’immagine, a sentirla,  con uno smartphone ipertecnologico che scatta mille foto mediocri al secondo, garantendoti l’approvazione digitale di tutti. Ma ero in quel preciso momento in cima alla piramide che mi ero costruito con mattoni di compromesso, e quella mattina, l’unico mio pensiero riguardava come mi sarei alzato dal letto l’indomani: un “nessuno” ma soddisfatto e sulla via della ricchezza. Mi asciugai le mani con una velina usa e getta (un altro simbolo della mia nuova, impeccabile effimera esistenza) e uscii dal bagno. Dovevo andare a quell’incontro, mi aspettavano e avrei di nuovo parlato di numeri, di strategie, di crescita. Avrei sorriso a tutti, con lo sguardo spento e perso nel vuoto, e avrei continuato a pagare quel conto salatissimo, senza la speranza di trovare mai più chi avesse emesso l’assegno in bianco a cui mi ero venduto. La punizione non sarebbe stata la solitudine, ma la compagnia degli estranei, incluso l’estraneo che ormai stava iniziando ad abitare la mia pelle.  L’ occhiata, insieme cortigiana e sprezzante, che mi diede la giovane donna alla reception mi scosse, tornai in bagno, misi la testa sotto il rubinetto scompigliandomi capelli e barba, strappai via la cravatta e liberai il collo dal cappio della camicia inamidata di Orazio Testa. Così conciato rientrai nella sala convegni e feci quello che dovevo fare, con il mio aspetto e il mio tono di sempre. Quando finii, il silenzio della platea valse più di ogni loro applauso. E fu un successo, ovviamente

2 pensieri riguardo “Tre quarti di me

  1. Buongiorno amico mio.

    Finalmente ho trovato il tempo (piacevole) per leggerti anche in questo
    scritto che probabilmente è il più emozionante e forte tra quelli che ho
    avuto in dono da te.

    Penso sempre alla fortuna di Ettore ad averti come padre e di Paola che
    ti ha accanto.

    E penso anche che ci deve essere qualcuno, da qualche parte
    nell’universo, che non ha permesso la tua trasformazione terribilmente
    vera e impietosa che hai sapientemente descritto. E dunque anche tu sei
    fortunato, anche per aver avuto in dote la lucidità di pensiero, la
    capacità di porsi interrogativi profondi, di scegliere, di non tradire
    te stesso prima che gli altri.

    Quel bagno dove tutto ciò è avvenuto dovrebbe essere eletto a monumento
    (memento) per la desolante umanità a cui, purtroppo, anche io appartengo.

    Abbraccio forte

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