tragicommedia a metano

Venticinque anni di armonia sono un tempo spropositato, quasi sospetto; specialmente se vissuti con quel piglio flemmatico ma deciso che serve a mascherare la serena consapevolezza del disastro. Era dunque arrivato il momento fisiologico di interrompere questo scandaloso idillio e cercare, finalmente, un solido motivo di dissidio. Non che ci mancassero i precedenti: avevamo collezionato rovesci economici, ingenti ma fortunatamente non esiziali, e una discreta antologia di infarti. Il primo, un “esordio” a sessant’anni, mi valse un viaggio in elicottero da Rieti a Roma sotto una tempesta così rabbiosa da far sbandare il velivolo e l’animo di pilota e personale sanitario. Ricordo come fosse oggi un infermiere che, con quel cinismo tipico di chi ha visto troppo, sentenziò: “Vuoi vedere che per salvarne uno ne ammazziamo cinque?” Un calcolo delle probabilità che sul momento accettai, trovandolo matematicamente ineccepibile. Seguirono altri episodi, robetta da dilettanti, infartini e altre amenità fisiologiche di cortesia, errori di valutazione e le inevitabili perdite affettive che la vita ci sfila di tasca senza chiederci il permesso e senza lasciarci nulla in cambio. Ma ora, finalmente, avevamo in tasca la soluzione definitiva: il matrimonio. Basta con la licenziosa libertà della porta aperta, proviamo a chiuderla, a coltivare una sana claustrofobia nuziale. Già passare dai mille metri quadrati di OZU ai novanta di casale, come prova generale era andata bene, ma adesso pure chiuderci dentro a chiave tramite il matrimonio… ecco l’esperimento perfetto. La data, poi, un autentico capolavoro di sadismo meteorologico: il 9 gennaio. In pieno inverno, reduci dalle ingordigie natalizie, nella giornata probabilmente più gelida e piovosa dell’anno. Per eccesso di zelo, poi all’ultimo rinviato al 10, visto che il nove era l’unica giornata di sole prevista in tutto il mese. Una cerimonia minima, quasi clandestina, consumata nella Sala Consiliare di Poggio Moiano, sotto gli sguardi severi e polverosi dei busti degli ultimi sindaci: una galleria di antenati civici che ci osservavano con la solennità di chi non ha più nulla da dire. Il sindaco attuale, invece, vivissimo e amichevole, ha declamato le nostre reciproche affinità elettive, sorvolando con sublime eleganza sulle cavolate che vado inopinatamente seminando dal 2005 a oggi. Il banchetto? Un eufemismo. A casa, con un bouquet dimenticato dalla sposa per un provvidenziale atto mancato, un mazzo di odori: alloro, ulivo e rosmarino. Praticamente un arrosto, se non fosse che la salvia era già stata giustiziata dalle gelate. Abbiamo pranzato con patate lesse e abbondante Irish Stew, uno spezzatino alla Guinness che sapeva di terra e di birra, e una torta “Marquise” così carica di cioccolato da sfidare le leggi della digestione. Le bomboniere, invece, erano istruzioni per cocktail nobilitate da un brano di Calvino sulle città invisibili. Un tocco di spirito in un mare di metano, ma non organico, certo, siamo personcine educate. Ma il vero convitato di pietra è stato lui: il virus. Ha scelto proprio quei giorni inclementi di gennaio, per colpire Ettore, nostro figlio e fotografo ufficiale degli eventi. Come se non fosse bastata la beffa della Panda, la cui revisione era scaduta, insieme alle bombole del metano, proprio a Capodanno. Un incastro burocratico che nemmeno Kafka…. Abbiamo ripiegato sulla Multipla, ma l’assicurazione scaduta e l’apertura degli uffici il 7 gennaio… già perché anche le assicurazioni vanno in ferie. Ma la malasorte non era ancora arrivata al culmine perché poi, appena ricevuto il tagliando (era già l’otto gennaio), a cinquanta e più chilometri da casa si rompe il giunto omocinetico. A questo punto il panico, mi sono arreso, infilando la testa sotto il cuscino come uno scolaretto colto in fallo. E sento Ettore, così sentitamente caustico nonostante il febbrone, che chiede a Paola: “Ma papà quanti anni ha?”. “Settantasette”, ha risposto lei. “E allora perché si comporta come un bambino di sei?”. Stavo per dare fuoco a tutto, un ultimo atto di purificazione, ma la mia imminente mogliettina mi ha convincentemente blandito. Ho quindi iniziato a canticchiare De André: “E le nozze vanno avanti con i loro Dei dispettosi…”.

Recuperato il controllo sono tornato mansueto ai fornelli e il mattino dopo abbiamo riscattato la Multipla dall’officina, giusto in tempo per andare a giurarci eterna fedeltà. Adesso restano solo loro, gli Dei dispettosi. Chissà cosa staranno già architettando per il futuro viaggio di nozze.

3 pensieri riguardo “tragicommedia a metano

Lascia un commento