Una storia a otto braccia

Il promontorio del Circeo visto da Terracina, circa 1920.

Per anni ogni estate andavamo in vacanza al Circeo, in quegli anni  era da poco iniziata la costruzione del porto e io ero solito andare a pesca subacquea tra il molo antimurale, ancora non terminato, e la Grotta delle Capre. Era un fondale profondo e pescoso allora, e sulla scogliera ripida che stava proprio sotto la villa della Magnani c’erano delle spaccature, delle fenditure verticali dove saraghi e spigole trovavano rifugio nel buio delle tane. Conoscevo quella costa palmo a palmo, ogni tana, ogni sasso dove potesse essere nascosto un pesce, e quindi ogni volta riuscivo a fare delle belle pescate, in cui non mancavano mai i polpi. Sì, papà li adorava, e quindi ogni volta cercavo di prenderne almeno due. A mamma facevano orrore, però li cucinava discretamente bene, nonostante lo schifo. Quel giorno la pesca era stata abbondante e di polpi ne avevo già tre, ma rientrando a nuoto lontano dalla scogliera su un fondale di quattro, cinque metri, notai un bel polpo, non particolarmente grosso, ma neppure piccolissimo. Mi immersi subito, l’istinto del cacciatore si era risvegliato, ma arrivato alla tana il polpo si ritirò, continuando a scrutarmi con un suo occhio da gatto. Non so perchè ma non cercai di prenderlo, mi incuriosì forse il suo atteggiamento, la sua percepibile curiosità. Mi ricordai che avevo letto, tempo prima, dell’intelligenza dei polpi, della loro abilità e della incredibile capacità di aprire un barattolo per mangiare un gamberetto chiuso all’interno. L’avevo letto su una rivista, era ovviamente proprio una ricerca che voleva dimostrare l’incredibile intelligenza dei polpi, era scritta bene, anche se in modo semplice e divulgativo, ma comunque per me molto interessante, l’aveva pubblicata un ricercatore di un’università americana, perchè non credergli? Decisi lì per lì di testare anch’io le capacità del polpo, ma anche di verificare di persona la veridicità della ricerca. Presi dal fondo un riccio, lo ruppi con il coltello subacqueo e lo offrii al nostro polpo, che però diffidò del regalo, ritirandosi rapidamente all’interno della tana. Riemersi, ero senza fiato e stanco, avevo le mani bianche e rugose dalla lunga permanenza in acqua, ma la curiosità di vedere cosa sarebbe successo, se la mia offerta sarebbe stata gradita, mi trattenne sul posto. L’attesa durò poco, il riccio era per lui una tentazione troppo appetitosa, e un tentacolo piano piano arrivò al riccio, lo prese e lo trascinò nella tana. Quell’estate andai quasi ogni giorno a trovare il mio curioso amico, offrendogli parte di un pesce, una cozza oppure un altro riccio. Lui presto prese a comportarsi come un gatto, un cane, un animale domestico, divenne sempre più confidente giorno dopo giorno, arrivando addirittura a venirmi incontro quando arrivavo nelle prossimità della sua tana. Presto prese a venirmi addosso, direi festoso, proprio come un gatto. A volte provai ad accarezzarlo, e anche se dubitavo che ne provasse piacere, quando lo toccavo rabbrividiva e cambiava colore, ma senza mai diventare bianco, che è il colore della paura e della minaccia. A settembre, dopo le prime piogge, dovevamo ritornare a Roma, le vacanze erano finite, salutai il polpo per l’ultima volta, con un intero pesce, un’offerta di cibo per lui notevole. Mi ripromisi quel giorno di non prendere più polpi, come avrei potuto dopo quanto era successo? Tenni la promessa, per anni, senza sforzo naturalmente.      

5 pensieri riguardo “Una storia a otto braccia

  1. Ricordi Marco BUTICCHI??? Era più giovane di noi e frequentava Vigna Stelluti… è diventato scrittore di grande successo, ha scritto romanzi a milioni di copie…figlio di BUTICCHI presidente MILAN….se ti piace scrivere…fallo!

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