Pesce, pesce & pesche

 Eravamo giovani, giovani come si è solo una volta, quando il sangue ribolle e l’anima non ha ancora conosciuto il peso delle miserie della vita. Io, Pettini, e la mia Daniela, creatura androgina e allora necessaria che da pochi mesi mi girava intorno, senza mai stancarsi, e io con lei, complici di una consuetudine che stava diventando ormai morbosa. Quell’estate del ’74, anno non di grazie ma di sciocchezze, avevo deciso per la prima volta di trascinare i miei fratelli – giovanissime anime ingenue, come tutti ben sapete – in un esilio volontario, un mese di mare, ma non il mare volgare dei romani arricchiti. Niente Ponza, ormai putrescente di folla e di pretese. No, avevo puntato su Ventotene, l’isola dei confini e delle lenticchie, un nome che già di per sé evocava un certo rigore, una certa solitudine. Mi apparve subito più seducente, più selvatica, e lontana dalle rotte battute da quella masnada orrenda di vacanzieri che già allora infestava le coste. E non mi sbagliavo. Ventotene era un’apparizione, immobile, cristallizzata in un tempo che sembrava essersi fermato. Il carcere borbonico, sull’isolotto di Santo Stefano, a un tiro di schioppo, aveva chiuso i battenti  appena da un decennio e le costruzioni che avevano ospitato i confinati erano lì, intatte: una presenza imponente e, neppure vagamente, sinistra. Ma da tutto ciò noi, giovani ribelli e idealisti, ne traevamo un’arcana fascinazione. Sapevamo che tra quelle mura, tra gli spini, era passata la Storia, quella con la S maiuscola, s’intende. Che il carcere che aveva inghiottito l’anarchico Bresci, il regicida, appena quarant’anni dopo aveva imprigionato anche i dissidenti del fascismo: Pertini, Terracini, nomi che già allora ci infiammavano l’anima. E che lì, in quella prigione di tufo, Spinelli e Rossi avevano partorito il “Manifesto di Ventotene”, il testo fondante della nostra Europa sognata. E questo, ve lo assicuro, era per noi più di un potentissimo afrodisiaco intellettuale. Ma c’era di più, un’attrattiva quasi fisica: la mancanza di un porto turistico. Una benedizione! Nessuna frotta di vacanzieri in cerca di spiagge addomesticate, di ristorantini leccati e di quello struscio serale che già allora mi faceva venire l’orticaria. A onor del vero, un porto c’era: l’antico “porto romano”, scavato millenni addietro nella roccia tufacea, un porto di pescatori, ancora usato per i loro gozzi, e, fortunatamente, del tutto inadatto agli yacht. Un buen retiro, insomma, un esilio volontario per pochi privilegiati, non necessariamente ricchi, s’intende. E per noi, con la sua natura aspra ma esuberante, la sua storia, i profumi della macchia mediterranea, e il mare… ah, il mare! Indaco, incontaminato, l’Eden. Ogni cosa, in quell’isola, era fonte di un’emozione indescrivibile, quasi un fremito erotico dell’anima. Sì, venire qui era stata un’ottima, sensata decisione. Ci accampammo con le tende proprio lì dove un tempo sorgeva la villa di Giulia, la figlia di Augusto, esiliata per le sue lussurie, per la sua promiscuità, per quella congiura contro il padre che  comunque a noi, giovani e ribelli, suonava come un atto di nobile audacia. Giulia Maggiore, il primo confinato della storia dell’isola, una figura che già allora mi ossessionava. Tre tende minuscole, canadesi, giusto per dormire. In una i miei fratelli, nell’altra io e Daniela, stretti, sudati, e nella terza, solo soletto, il mio caro amico Pettini, uomo dal destino solitario. Il luogo, chi c’è stato lo sa, è arido, tufo a perdita d’occhio, senza un albero, senza un’ombra che dia tregua. Ma chi si cura dell’ombra a vent’anni? C’era il mare, e questo bastava, s’intende. Il mare ci aveva chiamati, ed era quanto più desideravamo: vivo, straripante di pesci e di polpi, con fondali carichi di ostriche che nessuno pescava. Ostriche mediterranee, ben più saporite di quelle francesi, e facili da staccare da quelle rocce di tufo, a pochi metri d’acqua, a portata di mano. Certo, non potevamo accendere fuochi, troppo pericoloso, e quindi…peccato, niente pesce alla brace. Sull’isola c’era un solo albergo, e un solo ristorante annesso all’hotel,  comunque troppo borghese (e troppo costoso) per noi selvaggi rivoluzionari. A nutrirci ci pensò la tabaccaia dell’isola, una matrona taciturna, enorme e gentile, un archetipo della femminilità isolana. Da lei ogni sera a cena, un unico vero pasto al giorno, ma nutriente, gustoso, abbondante, come si conviene, e soprattutto alla portata delle nostre tasche vuote. Il menù? Zuppe! Di fave, di lenticchie, di polpi, di quel pesce che noi stessi tiravamo fuori dal mare. E poi qualche grigliata, e le pesche, deliziose pesche bianche del suo giardino, immerse in tazze di vino bianco dell’isola, un vino denso, pesante, quasi un nettare degli dei. Così ogni sera, usciti da casa sua, barcollavamo fino alle tende, ridendo, cantando, felici, ubriachi di vino e di giovinezza, per poi crollare addormentati, appena stesi su quei tremendi letti di tufo, di sassi e di sassetti. Ma poi, come ogni mattina, alle sei arrivava il sole, impietoso, e nelle tende infuocate il caldo diventava asfissiante, quasi una tortura. Marco era il primo a svegliarsi, la sua tenda, la più esposta, si trasformava rapidamente in un forno crematorio. Così, nel dormiveglia, usciva, si sdraiava fuori, pancia in giù sul materassino, e riprendeva a dormire, un’agonia che si ripeteva ogni mattina. In breve tempo si ustionò la schiena, e dormire per lui divenne un tormento, riuscendogli solo dopo una dose sempre più abbondante di quel vino, con pesche o senza. Ogni mattina, lo stesso copione infernale: sole, caldo, materassino, ustione. Un circuito che lo costrinse presto a cercare riparo nell’ombra di quella stanza sotterranea dove Giulia Maggiore, la figlia esiliata di Ottaviano Augusto, prendeva il bagno e si concedeva, probabilmente, qualche svago erotico lontano da occhi indiscreti. Una stanzetta piccola, scavata nel tufo a livello del mare, una piscinetta dove l’onda entrava con la risacca, il ricambio d’acqua continuo. Fresca, freschissima, quasi curativa, quella vasca privata di Giulia, contribuì a lenire le ustioni di Marco, mentre noi, io e i miei fratelli, ogni pomeriggio andavamo a spiare le mosse di Benito, il pescatore. Che con il suo gozzo “Il Ricciola”, usciva dal porto romano con le lenze già in acqua, per poi rientrare, subito dopo il tramonto, un attimo prima del buio, con almeno due o tre ricciole di grosse dimensioni. Il Re delle Ricciole, lo avevano soprannominato, e un titolo così meritava rispetto. Un Re geloso dei suoi segreti, delle sue lenze, che non mostrava mai a nessuno. Ci prendeva pure in giro, s’intende: “Io con i pesci ci parlo, li chiamo e loro arrivano”, ci diceva ironico. “Voi non ci riuscirete mai, non ci sapete parlare”. Non siamo mai riusciti a capire dove prendesse quelle prede. “In mare”, diceva. “In mare, i pesci stanno in mare, non lo sapete?”. Ma appena uscito dal porto, girata la punta, scompariva alla nostra vista, inghiottito dalla magia dell’isola. Dove andasse a prenderli, quei pesci, non lo sapremo mai. Il Ricciola è anziano, e i suoi segreti se li porterà nella tomba. E una volta arrivato lì, scioglierà le sue lenze e andrà a pescare nell’infinito. Come ha sempre fatto.

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