un conto da pagare

Accadde così, senza clamore, come spesso accadono le cose che poi lasciano un segno, quasi per caso, o per quella peculiare fatalità che in Italia sa sempre di improvvisazione. Quel giorno Lei si alzò, e i suoi occhi, di un grigio che ricordava una lama appena affilata, due occhi come proiettili, carichi e pronti a schizzare via al minimo accenno di diniego, alla più tenue ombra di incertezza, si fissarono su di me. “Blasi,” disse, con una voce che era un sibilo “dobbiamo andare in Sicilia, a Marsala. Devo sapere, ritrovare le mie radici.” Di quella storia, avevo frammenti e zone d’ombra. La madre infermiera, un farmacista pericoloso, forse suo padre, e la fuga precipitosa con in grembo già Lei, e poi il resto, il gomitolo di un’esistenza sfilacciata. Un’infanzia sballottata, come certi pacchi postali dimenticati, tra una nonna e zie distratte, e una relazione difficile, quasi controvoglia, con la nuova famiglia materna e i fratellastri, solo presenze ostili, non affetti. Un grido di dolore antico, una nota stonata che ora esigeva, con una perentorietà tutta nordica, di dissolversi in silenzio. Dal meccanico Sperelli, un uomo la cui faccia, più che le parole, instillava fiducia – una fiducia solida, quasi un Galbani ante litteram – riuscii a rimediare, per un tozzo di pane o poco più, una Fiat 1300. Bianca, per fortuna e per un’ironia che solo il destino sa concepire. Bianca e beige e con le sue irrinunciabili “codine” d’ordinanza. Beveva come un marinaio in libera uscita, o meglio, come una piccola portaerei in crociera, ma possedeva un fascino vintage che le perdonava ogni peccato di gola. I sedili di finta pelle rossa, il volante e la cloche d’avorio chiaro, l’autoradio. Un’automobile affidabile che, me lo sentivo, non ci avrebbe mai tradito. Sperelli l’aveva garantita, e la sua parola era più di un articolo di fede. Ma partire ad agosto, seppure con un’auto bianca, con un rottweiler ansimante per il caldo, e Lei che già prometteva scenate, e solo quattro spiccioli in tasca…  Quel viaggio da Roma a Marsala e ritorno, non si prefigurava affatto come una spensierata passeggiata, come una di quelle vacanzine al sud che poi si rivelano sempre un’illusione. E fu tutt’altro, infatti. Poi il Fato, con quella sua perversa precisione che sa essere più puntuale di un ordigno svizzero, volle il suo tributo. Proprio alla vigilia della partenza, Lei fu colpita da un attacco di labirintite: un incubo verticale, da cui uscì con la rapidità di chi vuole risollevarsi in fretta, ma che la lasciò stremata, e con il terrore di una latente ricaduta. “Gli spifferi,” le aveva consigliato un amico medico con la sapienza facile e spicciola dei buoni consigli, “evita gli spifferi, i colpi d’aria, i bagni freddi, insomma ogni mutamento improvviso di temperatura corporea che possa scatenare di nuovo quelle maledette, destabilizzanti, vertigini.” Così partimmo con la “bianca”, i finestrini sigillati, come in una improvvisata capsula spaziale, soste ogni pochi chilometri per ritemprarci e per cercare di risuscitare un cane ormai rantolante come un vecchio motore diesel. Un’Italia percorsa palmo a palmo, un’impresa che avrebbe fatto impallidire Garibaldi o, con più prosaica realtà, Brancaleone e la sua sgangheratissima armata  Una volta sbarcati in Sicilia, la nostra corsa a tappe, che fino a quel momento aveva avuto il ritmo di una fuga, finalmente rallentò, assumendo l’andatura ondeggiante di chi non sa bene dove andare, o forse non vuole. Iniziammo a zigzagare, come se volessimo ritardare l’appuntamento con il passato, quell’entità sfuggente che è sempre lì, a un passo, appena dietro l’angolo. Forse era la paura ineludibile, o una curiosità che si stava mutando in qualcosa più vicino all’angoscia, di scoprire finalmente la verità, di sollevare il velo su qualcosa che era meglio lasciare sepolto. E fu così che ci trascinammo ovunque, tra il chiassoso brusio dei mercati e gli irresistibili aromi grassi delle friggitorie, tra antichità polverose e granite zuccherine, visitando tutto ciò che, con un minimo sforzo di fantasia, potesse giustificare il nostro zigzagante percorso. Ma dopo aver esaurito la scorta di città e templi, laghi e montagne, la casa natale di Pirandello e ogni altra calamita per turisti distratti, finalmente giungemmo a Marsala. La ricerca della famosa farmacia, e del suo ipotetico padre, era un’impresa degna di un romanzo giallo e senza indizi. Solo qualche vaga suggestione,  lontani echi di racconti sussurrati in segreto tra i suoi familiari, carpiti da lei stessa quando era bambina, con l’abilità di una piccola intercettatrice. Ricordi nebbiosi, come in certi pomeriggi estivi in cui l’aria è troppo densa, ma che ora riemergevano prepotenti dalle profondità della memoria. Ma in Sicilia, si sa, i segreti sono segreti, e come tali devono rimanere. Nessuno ci diceva nulla, nessuno sembrava ricordare. Alzate di spalle e mugugni erano il magro, sconfortante raccolto delle nostre giornate. Inutili spigolature in un campo arido. Finché un prete, un parroco d’età avanzata, abbastanza vecchio da ricordare e abbastanza disinteressato da non curarsi di rompere l’omertà, di infrangere le regole della “riservatezza dâ pirsuna,” che in quella Sicilia è ancora oggi un obbligo sociale più ferreo della legge, ci disse quanto sapeva. Ci parlò in chiesa, non in piazza, perché “i muri hanno orecchie,”  disse con la gravità di chi conosce il peso delle parole. Parole sussurrate lentamente, ponderate una ad una, prima che la sua voce si elevasse, ora più alta, stentorea, per chiederci con insistenza se fossimo sposati. “Vi sposo io, adesso, posso farlo, fidatevi.. Fu una fatica immane dissuaderlo, rimandare le nozze a un indefinito ritorno a Roma, giurandogli, con la disinvoltura dei disperati, che avrei chiesto il consenso alla mamma. Si arrese, con un sospiro che sapeva di rassegnazione, e allora riuscimmo a farci dire tutto, o quasi. Nome, cognome, dettagli, giudizi, altre storie che si aprivano per rivelavarne altre, come scatole cinesi, matrioske. E venne infine fuori che il padre si era trasferito a Palermo, e che lì era morto e sepolto, ormai da tanti anni. Il curato sapeva ogni cosa, anche il cimitero dove era stato inumato, e ci suggerì di sbrigarci, perché (forse), con un pizzico di fortuna, avremmo potuto trovarne ancora la tomba. Perché proprio quell’area del cimitero in questione era in ristrutturazione, anzi peggio, la stavano già smantellando, con quella furia distruttrice che è tipica del progresso. Arrivammo affannati all’Arenella, un nome che suonava come una condanna, e camminando su un terreno dove i caterpillar avevano già spianato tombe e ogni altro manufatto, smuovendo e mescolando in profondità il suolo che ora calpestavamo. Enormi zolle di terra grassa da cui facevano capolino pezzi di antiche ossa, legni marci e frammenti di vecchie bare. Traversato l’orrore arrivammo infine in un angolo remoto del camposanto, dove, inclinata e semidistrutta, trovammo l’unica tomba superstite. E Lei poté finalmente posare lo sguardo sul suo vecchio padre, cercando una qualche impossibile somiglianza in una vecchia fotoceramica, ormai solo un’immagine sbiadita, piatta e muta. Chissà a cosa pensava in quei momenti, nel silenzio greve e cupo di quel torrido pomeriggio, sotto un sole che pareva volerci fondere. La osservai attentamente: gli occhi fiammeggianti erano ora come spenti, l’espressione di chi ha trovato non una risposta, ma solo il termine di una ricerca. Mi disse solo “Andiamo, ho fame.”

“La vita è quel fenomeno che si verifica tra un porto e una tempesta, tra uno spaghetto e un conto da pagare.” cit.

3 pensieri riguardo “un conto da pagare

Scrivi una risposta a guido arci camalli Cancella risposta