
Certi periodi della mia vita hanno ancora la nitidezza di una fotografia in Kodachrome, pellicola dai colori saturi, come saturi sono stati i nostri vent’anni. E Roma era per me proprio una di queste istantanee perfette. Non era solo una città, in quel periodo era come una gigantesca giostra delle meraviglie, in cui tutto si mescolava con tutto, il sacro con il profano e lo schiamazzo volgare con il tintinnio sobrio delle tazzine. Con una disinvoltura disarmante, direi anzi con charme. Il mio punto focale, l’asse attorno al quale ruotavano i miei tempi dilatati era Piazza di Spagna, ma non tanto per le vetrine sfavillanti, e neppure per le scalinate dove, con mille altri sconosciuti, passavo pomeriggi e, a volte, intere nottate, ma perché li vicino, a Piazza Mignanelli, andavo a prendere una certa ragazzetta, la mia passione, la mia Urì dagli occhi d’oro: Cristina. E l’attesa, si sa, è il brodo migliore in cui coltivare le ossessioni e il desiderio. E il luogo dove meglio stemperare i tempi dell’attesa si chiamava Babington’s, anzi più precisamente Babington’s Tea Room. Ed esisteva, era lì, dal 1896, proprio davanti alla “Barcaccia” letteralmente a due passi dalle famose scalinate. Cosa mi attirò lì, in quel salottino da vecchie zie, non saprei proprio dirlo, forse il profumo dei club sandwich, il sentore di cakes e di vaniglia che si sprigionava dalle porte ogni qual volta qualcuno entrava o usciva da quel luogo di delizie o forse, più probabilmente, la altrettanto promessa di delizie della minigonna di una bella, giovane WASP. Quel posto, per me, era scivolare attraverso una cortina di velluto bordeaux per ritrovarmi miracolosamente nella Londra vittoriana. Un’oasi miracolosa di silenzi e mormorii, un’ineffabile britishness, proprio lì, accanto alla scalinata barocca più famosa del mondo. Solo un locale? Macché, una dichiarazione di stile, un tripudio di trine e merletti, di porcellane finissime, di argenti lucidi e il tutto pervaso dalla fragranza, calda e legnosa, di tè pregiati. Non c’era nulla di frivolo in quel fasto, solo un’eleganza quieta, quasi monacale, che contrastava divinamente con il caos sonoro e umano della solita, eterna, congestionata Roma. Ne apprezzavo l’atmosfera, il tempo sospeso che mi regalava ogni volta che riuscivo a rallentare, a mutarmi in un disco a 33 giri ascoltato alla velocità di un 16. Era il rifugio di chi, pur vivendo la Roma di quegli ultimi ‘60 – che, credetemi, era un frullatore di idee e fermenti – aveva bisogno di un angolo di immutabilità, di un momento di respiro pulito, di calma monastica. Ma poi entra in gioco il contrasto. Perché se il giorno potevo permettermi questa parentesi inglese in fine porcellane, di sera la mia vita tornava a pulsare al ritmo del rock. Eravamo giovani, irrequieti, pieni di musica, di stereo e di chitarre, e i miei amici, Loy e Altomare, erano l’incarnazione di quel suono: crudo, vero, con quel sapore di strada che profumava di America, ma che parlava schiettamente italiano. In quei tempi remoti la mia vera tana, il mio amabile bunker, era una vecchia e umida cantina che Paolo e Peter avevano battezzato “Il Falcone“. Era lì, incredibile ma vero, a pochi metri dall’Ambasciata di Spagna. Pensate al paradosso: l’ufficialità della rappresentanza diplomatica di giorno, e di notte, a pochi metri sotto terra, le nostre giovanili intemperanze, musicali e alcoliche. Ci passavo ogni festività, ogni sabato notte, ogni momento di libertà, la musica a palla, il puzzo dell’aria greve di umidità, di fumo e le nostre voci acerbe a commentare i fatti del mondo. Sempre che, e questa era l’alternativa glam, non fosse aperto il Teen Club, un’altra cantina, un altro frammento d’Inghilterra nelle cantine della Chiesa Anglicana a via Torino, ma anche quest’altro luogo era una calamita, un caos di teenagers, musica d’oltremanica, capelli lunghi, minigonne e poca formalità. Questi due posti, la cantina e il Teen Club, erano diventati il mio piccolo mondo. La musica, la sperimentazione, gli amori, l’odore di sudore, di canne e di birra. Ma quando Loy e Altomare (era già il 1972) iniziarono a mettere insieme il long play, quel disco che sapeva di sterrato e di ballate a tredici corde, intuivo che la copertina dovesse spezzare ogni cliché, ogni banalità. Non un muro scrostato, né un campo verde e neppure edifici abbandonati. Volevo la quiete. Volevo l’impossibile. “La copertina,” dissi, “la facciamo al Babington’s.” Sì, proprio lì. Immaginate la scena: i due, con le loro camicie sgualcite e le facce da nottambuli, in quel santuario di pizzi e posate d’argento. Lo scontro era meraviglioso: il country rock che si sedeva a prendere il tè. Un cortocircuito visivo perfetto, l’incarnazione del mio mondo interiore che cercava di conciliare l’anima selvaggia delle “cantine” e l’anima contemplativa seminascosta tra le trine. Il Babington’s non fu solo un bel fondo per un disco, fu il sigillo di un’epoca. Un periodo in cui potevamo passare dal fumo sotterraneo del Falcone alla luce cristallina di un salotto vittoriano, dai birignao nei teatri “colti” ai monologhi al Beat 72 e negli altri “off“. Portavamo con noi, in ogni dove, l’energia inesauribile e il frastuono irriverente della nostra giovinezza, un periodo vissuto con intensa superficialità, con la suprema illusione che non finisse mai, e che non ci fosse nulla oltre l’oggi. Poi siamo cresciuti.
