
Il taccuino di pelle nera, un’agendina che voleva assomigliare a quella di Chatwin, era rimasto sul tavolo per anni, intriso dagli odori di cucina e insozzato da ditate di sugo. Su quelle pagine ingiallite, come in un muro incrostato da vecchi graffiti, avevo annotato minuziosamente per lunghi anni parecchie decine, anzi, centinaia di frasi, di massime, frammenti di pensieri abbandonati da registi, pittori, poeti e cacciatori d’ombre. Chiunque le avesse scritte, cercava una risposta alla stessa identica ossessione: la creazione di immagini. All’inizio di ogni carriera di fotografo c’è per tutti solo il buio e un mirino da cui guardare il mondo circostante, ma c’è anche una verità brutale, cioé che l’acquisto di una macchina fotografica non fa di te un fotografo, fa di te solo il proprietario di una macchina fotografica. Ci si illude spesso che basti premere un bottone, che basti il click più o meno accordato di una costosissima fotocamera appena acquistata, di una Leica o di un’Hasselblad (cose da boomer, lo so), ma la realtà è che un fotografo è come un pesce, un merluzzo o un salmone, che produce già miriadi di uova prima di raggiungere la maturità, il fotografo, invece delle uova, deve produrre scatti a vuoto, sbagliare, tentare, ritentare. Del resto, lo sappiamo che le prime diecimilaepiù foto sono le nostre peggiori, ma c’è un’unica consolazione, la sicurezza matematica di questo mestiere, ovvero che più foto facciamo, e più bravi possiamo diventare. È solo una questione di tempo e di sguardi, imparare a vedere è il tirocinio più lungo, forse perché dimentichiamo che l’occhio vede ciò che la mente già sa e conosce, e che, come diceva un vecchio scrittore, Mark Twain, “non potete fare affidamento sui vostri occhi se la vostra immaginazione è fuori fuoco”. Insomma persino l’occhio dovrebbe imparare ad ascoltare prima di guardare, di riuscire a vedere. Per me, fin da ragazzo, per maestri ho avuto i miei occhi, e la Leica non era solo un bel feticcio tecnologico, ma anche un’estensione del corpo, un libro di schizzi, uno strumento di intuizione e cattura. Quando infine imparai a vedere, anche l’atto di scattare cambiò natura, cessò di essere un gesto meccanico per diventare un vizio semi clandestino, un’incursione eccitante nel privato del mondo altrui. Fotografare, per me, è sempre stato come andare, da bambino, in punta di piedi in cucina a notte fonda a rubare i biscotti. C’è la stessa fame, lo stesso timore di essere scoperti. Io tendo a pensare all’atto di fotografare, in generale, come un’avventura, visto che preferisco andare in luoghi dove non sono mai stato, muovendomi con il passo di chi sa di commettere un piccolo reato di curiosità. Si, lo ammetto sono un voyeur, e chi, come fotografo, non lo ammette è indubbiamente un cretino. Come già diceva il grande voyeur Helmut Newton. Ma la verità è che non puoi riuscire a rubare nulla se l’altro non te lo permette. Un ritratto non è fatto solo dalla macchina fotografica, ma da chi sta da entrambi i lati di questa. C’è una complicità sottile, una transazione invisibile che avviene oltre l’obiettivo, perché ci sono sempre due persone in ogni foto: il fotografo e il soggetto fotografato, che è a sua volta anche l’osservatore. Quando questa connessione si accende, scompare la posa, la rigidità del soggetto. Guardando indietro, quasi ormai alla fine della mia strada, posso dire che una cosa che vedo nelle mie foto è che non ho mai avuto paura di innamorarmi di queste persone. La fotografia è un’inesausta storia d’amore con la vita, un modo per assaporarla intensamente, in ogni centesimo di secondo. Il motivo profondo che mi spinge a premere quel pulsante, però, è molto più di un semplice idillio, è una guerra contro la scomparsa. Non mi sono mai chiesto perché scattassi delle foto, in realtà la mia è stata una battaglia disperata contro l’idea che tutto è destinato a scomparire. Sono deciso ad impedire al tempo di scorrere, ma lo so benissimo che è una pura follia. Scattando una fotografia posso catturare un istante fuori dal tempo, alterando la vita e tenendola forzatamente ferma, e so bene che c’è qualcosa di magico e di terribile in questo, ma ciò che mi piace di certe fotografie è che riescono a catturare, a frizzare, un momento che è appena trascorso ed è già finito per sempre. È il miracolo della sospensione. Il più bello, il più semplice di tutti i gesti è il riflesso spontaneo con il quale si tenta di fermare un attimo di gioia destinato a scomparire. In quella frazione di secondo, la fotografia può riuscire a fissare l’eternità, per un attimo e per sempre, dimostrando ciò che le fotografie possono raggiungere attraverso quel singolo istante. È un potere che spaventa e affascina, in fondo la fotografia è solo un modo molto più sbrigativo per fare una scultura, ma con la carne e la luce al posto del marmo. Ma come si arriva a quel momento perfetto? Non certo calcolandolo a tavolino. Consultare le regole della composizione prima di scattare una fotografia è come consultare la legge di gravità prima di fare una passeggiata. Ti bloccherebbe le gambe. Invece, fare una fotografia vuol dire tenere allineati testa, occhio e cuore. Soprattutto cuore. È, insomma, un modo di vivere, uno stato di grazia che assomiglia a un’apnea mistica, fotografare è trattenere il respiro, quando tutte le facoltà convergono per catturare una realtà già in fuga, e quasi scomparsa. È in quel preciso momento che padroneggiare un’immagine diventa la più grande gioia fisica e intellettuale possibile, quando non sei tu che costringi il mondo a farsi guardare, ma è il mondo che capitola e si arrende. Una fotografia non è né catturata né presa con la forza, ti si offre, è la foto che ti cattura. A volte si tratta solo di farsi trovare pronti al posto giusto nel momento giusto, alcune volte sono arrivato in certi luoghi proprio quando un ignoto Dio benigno li ha resi pronti affinché qualcuno potesse scattare “quella foto”. E mentre la tecnologia corre e le macchine cambiano, l’uomo continua a fare la stessa identica cosa che faceva quando disegnava sulle pareti delle caverne, cerca ancora di lasciare una traccia. Insomma, la fotografia non è niente di nuovo, la macchina è nuova, ma la fotografia è solo lo stadio attuale della continua storia visiva dell’uomo. Una storia in cui non è più concesso essere ciechi, perché il futuro non perdonerà chi decide di non guardare. Aveva ragione quel vecchio professore del Bauhaus quando scriveva che non colui che ignora l’alfabeto, bensì colui che ignora la fotografia sarà l’analfabeta del futuro. Così, l’ultimo foglio del taccuino si chiude su un’avvertenza che somiglia a una preghiera o a un testamento. Un invito a non sprecare nemmeno un’apertura d’otturatore, a consumare gli occhi finché c’è luce, perché la cecità è sempre dietro l’angolo, “usa la macchina fotografica come se dovessi diventare cieco domani.” Solo allora capirai che non stavi cercando i colori, le forme o la nitidezza dell’obiettivo. Stavi cercando quello che sta dietro il vetro, quell’essenziale che nessuna lente potrà mai mettere a fuoco da sola, perché, alla fine di ogni viaggio, la verità più grande rimane la più semplice, si vede bene solo con il cuore, mentre l’essenziale resta invisibile agli occhi. L’immenso catalogo di massime d’autore, in fondo, dimostra una cosa sola, che i fotografi passano metà della vita a cercare lo scatto perfetto e l’altra metà a scrivere arzigogolati aforismi per giustificare il fatto che, nove volte su dieci, quel Dio non era affatto pronto quando loro hanno premuto il pulsante. C’è qualcosa di tenero e tragico in questa pretesa di bloccare il tempo in un mondo dove tutto cambia per rimanere esattamente com’è. Il fotografo si illude di essere un cacciatore di eternità, ma forse è solo un bambino in punta di piedi in cucina, che cerca di rubare un biscotto sapendo benissimo che la scatola è vuota da un pezzo. La fotografia in Italia ha questo di bello, è una splendida messinscena dove la realtà, sentendosi osservata, si mette in posa e comincia a mentire spudoratamente, lasciando al fotografo l’illusione di aver catturato la “verità”.
Ps: questo breve testo contiene tantissime massime dei più svariati fotografi e artisti. A voi trovarle.