
Sarà stato il 1959. Avevo undici anni ed ero ancora un ragazzino irrequieto ma già goloso, e, solo all’apparenza, disciplinato. Eravamo appena sbarcati dal Brasile, portandoci dietro quel genere di disorientamento tipico di chi passa dai tropici alla culla del Rinascimento senza stazioni intermedie. Mia madre, danzatrice eccelsa e dall’immenso talento, aveva ricevuto un invito irrinunciabile e prestigioso dal Maggio Musicale Fiorentino: portare in scena Il Mandarino Meraviglioso, musiche di Béla Bartók e coreografie di Aurelio Milloss. Per l’occasione fu d’obbligo trasferirci per alcuni mesi in un bell’attico sul Lungarno, a pochi passi dal Ponte Vecchio. Mamma non avrebbe mai sopportato di vivere per mesi in un albergo, con marito e figlio al seguito, specialmente durante un periodo di prove che l’avrebbe impegnata e stressata da lì fino al debutto. Allora Firenze non era il fondale per turisti che è diventata oggi, aveva ancora un ritmo umano, rilassato, quasi provinciale, e le gelaterie – quelle poche e artigianali sul serio – offrivano solo i gusti di default: crema, cioccolato e limone. Poi, dato che era appunto maggio, facevano la loro comparsa le fragole. Grandi, succose, rosse e arroganti, dominavano ogni bancone degno di questo nome, sommerse in enormi coppe di gelato di crema oppure coperte da una panna soda, dolce e montata a regola d’arte. Goloso com’ero, ne abusai con la foga dei neofiti. In Brasile le fragole esistevano, per carità, riempivano interi carretti col nome di morango, ma il sapore e la consistenza non avevano nulla a che spartire con quelle meraviglie toscane. Cominciò così per me una metodica opera di devastazione gastrica, che comprendeva fragole a colazione, cono fragola e limone a metà mattina sotto casa, coppa con la panna a pranzo insieme a mio padre, e un’altra coppa nel pomeriggio, quando mi accompagnavano alle Cascine a far volare leggeri aeromodelli in legno di balsa. Mia madre, che di certo non si sarebbe fatta sfuggire le mie strategie, non mi avrebbe mai permesso di metterle in atto, ma essendo perennemente confinata in teatro per le prove, provvide a lasciarmi alla sorveglianza di mio padre e alle cure di una giovane ragazza fiorentina, un’allieva di danza molto graziosa e tutta pepe, che mi scorrazzava a piacer suo per la città. A lei, mentendo spudoratamente con la faccia più innocente del mondo, ripetevo la stessa frase: «È la prima volta che ne mangio, oggi». Finì, com’era giusto che finisse, in un’intossicazione da manuale. Sul braccio mi fiorì un bubbone purpureo, pieno di pus, rosso come, ironia della sorte, una di quelle troppe, enormi fragole ingurgitate. Presto dovetti cedere l’arto alle premure spietate di mia madre, la quale applicò un panno caldo alla camomilla per ammorbidire l’intruso e poi, implacabile, lo spremette fino a farne uscire il lurido liquame giallo. Promisi seduta stante che con le fragole avrei chiuso per sempre i conti. Ovviamente mentivo, era solo un modo per poter negoziare al ribasso quella mia quotidiana ossessione. Tuttavia, per distrarre le autorità di casa, decisi di variare il menu e approfittai della giovane danzatrice fiorentina per esplorare le frigitorie locali. Il fritto, a Firenze, era ed è una vera e propria branca della teologia, il cui tempio erano bottegucce microscopiche, anguste, e sporche quel tanto che basta, che scovavamo seguendo la scia odorosa dell’olio in frittura, che proprio santo non si poteva dire che fosse. Quando l’odore si faceva così forte da farmi capire che eravamo arrivati, avevo già le monetine strette nel pugno, pronto a pagare i miei capricci. Uscivo da lì estasiato, reggendo un cartoccio di carta paglia fumante di coccoli soffici e saporiti. Mentre camminavamo verso le Cascine, tappa obbligata di quei meravigliosi pomeriggi, immaginavo e già pianificavo il tragitto dell’indomani: sarebbe toccato al mitico roventino, dolce o salato che fosse, o alla pattona? Ai bomboloni caldi zuccherati e ripieni di crema, o alla polenta fritta? Lei, la ragazza, non aveva di questi dubbi, prendeva sempre il neccio di farina di castagne, quel disco arrotolato e farcito di ricotta che io, all’epoca, consideravo poco o punto. Ogni tanto, però, anche lei era impegnata nelle prove di ballo, e in quei casi le subentrava mio padre. Con lui l’itinerario deviava verso le tripperie per consumare quelle frattaglie grasse di cui era ghiotto e che tanto gli erano mancate in sudamerica. Imparai così il rito del lampredotto, quel mix misterioso di viscere racchiuso in un panino la cui calotta superiore veniva preventivamente tuffata nella broda scura e profumata del calderone. Si mangiava rigorosamente in piedi, sul marciapiede e a gambe larghe per evitare che il sugo colasse sui calzoni e sulle scarpe. Mio padre sosteneva che ogni trippaio custodisse un segreto indicibile nella preparazione del brodo, oltre i classici odori di sedano, carota e cipolla, e mi portava in pellegrinaggio ovunque sentisse vociferare di una nuova ricetta. E devo riconoscere che aveva proprio ragione, ogni lampredotto è una storia a sé. Nella nostra casa di oltrarno si cucinava poco, solo al mattino presto per colazione e poi a pranzo, ma cose frugali come panzanelle e insalatone. La sera, invece, mamma – dopo la lunga giornata di sudore e fatica in sala prove – era famelica. Allora ci spingevamo fuori città, in uno speciale girarrosto toscano perso nelle colline intorno a Firenze. Fu lì che imparai ad apprezzare la carne cucinata all’italiana, soprattutto i polli, che allora, cotti allo spiedo o alla creta, avevano un sapore e una consistenza che oggi ‘l’allevamento industriale non riesce nemmeno a simulare. La mia permanenza a Firenze terminò bruscamente, è proprio il caso di dirlo, quel pomeriggio in cui mio padre mi lasciò in macchina davanti al teatro. «Torno subito», disse. Commise però l’errore di lasciare le chiavi infilate nel cruscotto. L’auto era una Fiat bianca con le codine, i sedili in finta pelle rossa e un magnifico volante color avorio. Sarei anche uscito a piedi sul marciapiede, conoscevo bene le strade, ma fuori pioveva e in macchina non c’era un ombrello. Aspettai mezz’ora, poi un’altra mezz’ora. Girai la chiave e accesi la radio: nulla che potesse piacermi, anzi, una compilation sentimentaloide di robaccia. A undici anni il tempo non passa, si accumula inesorabile. Preso da un improvviso delirio di indipendenza, decisi che sarei tornato a casa da solo, lasciando mio padre a piedi. Girai la chiave a fondo, la macchina sussultò, inserii la marcia e premetti l’acceleratore. Brum. Il motore ruggì, l’auto sfrecciò a tutto gas per i pochi metri che la separavano dall’incrocio. Sterzai spaventato evitando un autobus, la vettura balzò sul marciapiede e finì dritta dentro la vetrina di un negozio. Il rumore dei cristalli infranti fu l’accordo finale del mio Maggio Musicale.
Dopo di ciò, l’autorità familiare decretò il mio trasferimento immediato in un severo collegio a Genzano.
Mia madre, dopotutto, lo aveva sempre detto che troppe fragole fanno male.
