
Stamattina mi sono svegliato male, storto. Fuori fa un caldo d’inferno e Zoe, la nostra lagotta di undici anni, ormai ha iniziato a trascinarsi dietro il vasto campionario di acciacchi che la veterinaria liquida con un comodo «è l’età». Finiti i tempi delle corse da capriolo: adesso siamo due mezzi pensionati, stanchi ma che si intendono al primo sguardo. Mentre aspetto che il primo caffè faccia il suo effetto, lo sguardo cade sulla libreria. No Logo, Naomi Klein. Un mattone sacro scritto da una che a fine anni Sessanta non era nemmeno nei pensieri dei suoi genitori, ma che trent’anni dopo ha spiegato a mezzo mondo come ci si ribella al capitalismo delle etichette. Tenera, la Klein. Quella rivoluzione noi l’avevamo già fatta senza manifesti né Instagram, e la chiamavamo, terra terra, andare a caccia di stracci. Già all’epoca avevamo capito l’antifona, che per schivare il conformismo borghese c’era solo una boutique, le bancarelle. Io, diviso tra foga ribelle e una maniacale etica del vestire, avevo eletto i banchi di via Sannio a tempio personale del prêt-à-porter straccione. Quando andava buca scattava il piano B: la messa cantata della domenica a Porta Portese. Lì, tra montagne di stoffa polverosa, avevo trovato il banco dei “Brothers”. Due tipi svelti con un magazzino segreto straripante di roba americana introvabile altrove. La filiera era un capolavoro di geopolitica clandestina: i rampolli dei college USA buttavano capi seminuovi destinati agli aiuti umanitari per il Terzo Mondo, le balle di abiti intensi o quasi, venivano intercettate a Napoli, passavano per le aste opache di Resina e finivano dritte sulle bancarelle romane. Resina era la nostra Mecca, ma la trasferta costava, ci si arrangiava allora tra Latina, via Sannio e Porta Portese. Bastava avere la dritta giusta e piombare sui banchi all’apertura delle balle, affondando le mani nel mucchio prima degli altri per strappare pezzi unici a poche lire. Mettersi addosso quella roba voleva dire due cose, farsi invidiare dagli amici giusti e farsi detestare dai pariolini. Quelli dei circoli del tennis e dei muretti bene. La cui divisa d’ordinanza era il mocassino con le nappine, i pantaloni in gabardine stirati dalla colf con una piega capace di tagliare il pane, colletti rigidi d’amido e nodi di cravatta mastodontici, finto-inglesi. Non scaglio pietre, ho avuto anch’io la mia sbandata borghese, durata poco per fortuna. Ne sono uscito subito per imboccare la via della devianza stilistica. Oggi mi guardo intorno: battaglia vinta, o almeno pareggiata. La gente si veste come le pare. Tolte le divise d’ordinanza di notai e avvocati, condannati a vita alla recita in grisaglia, regna l’anarchia dell’usato.
Però un tarlo mi resta. Se siamo tutti diventati alternativi, no-logo e maniaci del vintage, chi diavolo compra più vestiti nuovi di buona fattura? Perché se nessuno compra più roba seria a monte, tra qualche anno dentro le balle dei mercatini troveremo solo poliestere, vuoto pneumatico e fast fashion di terza mano. A quel punto, a noi vecchi ribelli, toccherà la beffa finale: andare a farci i vestiti dal sarto.




FANTASTICO, BELLISSIMO COME AL SOLITO.
ANCHE IO,OLTRE MEZZO SECOLO FA ANDAVO A RESINA … LA DOMENICA PRENDEVO
UN BUS ALLE 6 DEL MATTINO PER ESSERE PRESENTE ALL’APERTURA DELLE BALLE.
CHE RICORDI … MI HAI FATTO SCAVARE IL CASCIONE!
GRAZIE ANCORA
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Eh, lo sai cosa diceva Aldo Fabrizi, vero? Che a una certa età abbiamo tutti le lacrime “in saccoccia”, cioè come si dice a Roma, in tasca. Sarà forse per i troppi ricordi o rimpianti di una passata gioventu? Chissà.
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che poi la bellezza di indossare capi fuori dai canoni delle vetrine blasonate era e resta soddisfazione, per questo prediligo i mercati ai negozi ( che hanno tristemente lo stesso standard)
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bè, certo che è così.
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