
Come iniziò? Con la schiettezza delle amicizie romane di quegli anni. Galeotto fu un amico teatrante, allora allievo alla Silvio D’Amico, una di quelle promesse che attraversano la vita in punta di piedi, scansando con signorilità il rischio volgare di diventare come tanti «il solito stronzo». Spero ancora di vederlo, un giorno, nei panni scomodi del maestro celebrato, benché in Italia, provincia tenerissima e accogliente con nani e ballerine (purché d’importazione e bionde), chi vale davvero fatichi assai a sporgere oltre la cintola. Si chiamava Guido, il giovane allievo, e di Claudio era il cugino. Il pretesto? Combinare un appuntamento tra uno scultore ansioso di registrare le proprie faticose opere e un fotografo a caccia di spunti per irrobustire il proprio archivio e incrementare le immagini del nascente book, allora ovviamente in pellicola. L’incontro affatto fortuito, bensì fortunato, tra la mosca e il miele (chi ronzasse e chi invece appiccicasse non l’ho mai capito, ma l’illusione del reciproco guadagno funzionò a meraviglia). Era la seconda metà dei ’70 e Claudio godeva ancora del vincolante, ma pur sempre confortante, “posto fisso”, cioè insegnava educazione artistica ai riluttanti fanciulli delle medie. Perché l’artista, va ricordato a chi confonde la vocazione con l’aria fritta, cede volentieri al vizio borghese di mangiare a mezzogiorno, pagare regolarmente le bollette, tacitare il padrone di casa e perfino sborsare quattrini per avere a studio la pregiata pietra bianca su cui distruggersi i legamenti dei polsi. Era l’autunno del 1977 quando Guido fece le presentazioni, e Mirko, il figlio di Claudio, aveva da poco compiuto due anni e, inutile dirlo, metterlo a fuoco fu la mia prima commessa per Capotondi. Scoprii presto che aveva anche un’altra figliolanza, assai più numerosa e ingombrante, scolpita nel bronzo e nella pietra, e verso la quale nutriva un’ansia paterna persino più feroce. Cominciai quindi a inseguire questi orfani minerali ovunque, tra piazze sferzate dalla pioggia, atri di liceo, uffici pubblici e salotti di danarosi collezionisti. Stargli dietro era impresa da sherpa, Claudio martellava senza requie, e io che dovevo badare ai conti di uno studio appena aperto, e rincorrere i pagamenti per non fallire, mi diedi da fare e l’amicizia, che era già solida, andò avanti allo stesso modo, a strappi. Con la puntuale sregolatezza dei nostri tran tran romani. Resse perfino alla sbandata americana. Andai a trovarlo a New York. Lo trovai gonfio del primo entusiasmo per le inevitabili vertigini del mondo nuovo, delle opportunità di gallerie, del dollaro e del mercato globale. Durò poco. Fu un risveglio asciutto, la grande mela gli dava credito, ma pretendeva la sola cosa a cui lui non intendeva rinunciare. Esigeva il presenzialismo da salotto, le pubbliche relazioni a vuoto, l’aperitivo obbligatorio tra gente che parla saccentemente d’arte ma ne evita accuratamente la polvere. Così capì subito il meccanismo, che per sfondare doveva farsi capomastro d’arte, una roba da industriali, cioè allestire una catena di assistenti a cui appaltare il lavoro vero, quello che lui amava: mazzetta, sudore, polmoni intasati di polvere, riservandosi l’impegno del bozzetto, due carezze di lima per i fotografi, infine la firma e il sorriso al mercante. Il trucco stantio dell’opificio rinascimentale ridotto a pura catena di montaggio. Claudio disse no. Voltò le spalle alla fiera e tornò dove il marmo nasce sul serio. Salì sulle Apuane, dentro le ferite bianche da cui, 500 anni prima di lui, cavava il Buonarroti. Voleva tossire la stessa polvere, misurarsi coi medesimi pesantissimi blocchi. Aprì quindi un atelier sterminato a Pietrasanta e ricominciò a picchiare sulla roccia viva. Non contento di aver disseminato il pianeta di blocchi destinati a seppellire noialtri, per il Giubileo del 1998 immaginò PortaRoma, due colossi di marmo da trentasei tonnellate l’uno, puntati l’uno contro l’altro. Nessuna chiave di volta, solo attrito e spinta bruta scaricata su travertini montati a secco. Un arco che sfida la gravità e regge per solo dispetto delle leggi fisiche. Un prodigio, soprattutto in una penisola dove solitamente basta un flebile scirocco per mandare a gambe all’aria ministeri e cornicioni. Poi, una trentina di anni fa montando una personale ai Mercati Traianei, commise l’imprudenza di alzare gli occhi e vide la Colonna Traiana, ne valutò a spanne il tonnellaggio immane dei rocchi, lo spessore del capitello, e perse la testa per Apollodoro di Damasco. Gli saltò il ticchio di rifare i ferri a quell’ingegneria, disegnò, calcolò, ricostruì argani e paranchi romani in scala, trascinandoli poi in trionfo tra Firenze, il giardino di Boboli e il Colosseo.
E adesso? Adesso viaggia parecchio oltre gli ottanta, eppure continua a rovinarsi il sonno col marmo e con l’unico uomo che considera degno del mestiere: Michelangelo.
Voi a chi pensavate? A Bernini?