Capri flashback

A Marina Grande sbarcarono in più di mille, un esercito d’occupazione privo di fucili e di cannoni, armato solo di cartelline, zainetti e una dose massiccia di borioso e febbrile entusiasmo. Studenti che arrivavano da tutt’Italia, un’invasione gioiosa scaricata dalle passerelle dei traghetti, preceduta e seguita da una carovana di professori, tutor e funzionari di ministero che avevano mollato la polvere delle scrivanie sul molo di Napoli per farsi contagiare da quell’aria sfacciata e giovanile, quasi indecente per dei personaggi di rango e di ruolo. Per non smarrire quella inconsueta moltitudine nei vicoli e incanalarla d’autorità verso i luoghi deputati, inventammo un trucco a prova di distrazione, enormi impronte digitali arancioni incollate a terra. Una pista continua spalmata sul basolato. Bastava inseguire quelle orme dal molo d’attracco su, su, fino ai tavolini della Piazzetta, poi al Centro Congressi e ancora oltre, fin dentro lo spazio della Certosa, per ritrovarsi nel luoghi della kermesse. Poi, per non lasciare nulla al caso, reclutammo anche i tassisti. Decine di taxi si ritrovarono con un’impronta arancione incollata sulla portiera che molti autisti si tennero fedelmente lì, per anni, lucidata a cera come una decorazione al valore, la piastra di riconoscimento dei reduci. L’isola, i romani l’avevano battezzata Capreae, terra di capre. Quei ragazzi sbarcati per la Competizione Finale Nazionale di IG Students ne erano però l’esatto contrario. Avevano fame di successo, progetti infilati nei borsoni, e la voglia feroce di azzannare il futuro. Metterli a confronto con un’isola che ha trasformato la bellezza e la dolce vita nel suo marchio di fabbrica non era banale e quindi augurare a quei giovani di fare strada, e dunque di potersi permettere il privilegio di vivere bene quel lusso, ci sembrava il solo incoraggiamento onesto da offrire. La colonna sonora dell’intera faccenda nacque dal furtarello dei ragazzi di Umbria Food, (che poi si aggiudicarono il primo posto inventandosi un efficace piano di marketing territoriale attraverso la valorizzazione della cipolla di Cannara) che capirono al volo la forza della sintesi e scippando il tormentone estivo che vomitavano le radio, ne riscrissero il testo senza vergogna e falsi pudori. ”Il vero frutto dell’amor… è la cipolla”. Finimmo per cantarla tutti a squarciagola. Un inno sguaiato che rimbalzava fin sotto i Faraglioni, tra gli sguardi increduli dei villeggianti e l’imbarazzo compiacente dei camerieri. Furono giorni meravigliosi, masticati a velocità stratosferica. Poi i motori dei traghetti ripresero a smuovere le acque, tutti i partecipanti si imbarcarono e, mollate le cime, l’isola tornò al suo aristocratico silenzio. E noi, che eravamo convinti di aver marcato Capri col nostro sentiero di impronte arancioni, ci ritrovammo a scoprire era stata Capri a marchiare a fuoco ciascuno di noi. Con tracce che non si cancellano, impronte che non si lavano via, nemmeno a volerlo.
E sì che l’avventura non era iniziata sotto i migliori auspici. C’era di mezzo un amico architetto, giovane, l’occhio educato al bello, ma del tutto a digiuno di cantieri. Volle a tutti i costi montare le strutture con tubolari tondi invece dei più comodi scatolati d’alluminio a sezione quadra. Perché? Mistero della fede estetica. Provai a farlo ragionare, poi alzai le braccia e lasciai fare, le conseguenze inevitabilmente, le scontammo presto. Forare a mano un tubo di ferro curvo alle due del mattino, con le punte del trapano che slittavano sul metallo e i pannelli informativi che rifiutavano di stare perfettamente in bolla, è un castigo che non avrei augurato a nessuno. Mi restò soltanto la magra soddisfazione di cogliere il suo sguardo obliquo, sfatto dal senso di colpa, mentre sputavamo improperi e sudore nella calda notte caprese. Un incubo. A quella fatica meccanica aggiunsi poi un capolavoro di personale imprudenza. Un vero delirio d’onnipotenza sentimentale. Nel mio inguaribile ottimismo avevo arruolato nella squadra ben tre donne con cui intrattenevo (e/o avevo intrattenuto) complicatissimi rapporti di letto e di affetto, convinto che avrebbero civilmente “fatto squadra”. C’era Daniela, artista di rango e videomaker per passione, quindici anni di vita in comune alle spalle, fascino intatto, temperamento vulcanico e litigi ancora furibondi. C’era Emanuela, Ela per tutti, che di Daniela era stata la pacifica erede, ben otto anni trascorsi insieme in perfetta concordia, ora promossa art director senior e autrice dell’immagine ufficiale. E c’era Giuliana, la compagna in carica da oltre un anno, che curava gli oggetti e i materiali distribuiti alla kermesse. Lavoravo sopra una polveriera. Bastava un’occhiata storta tra una scenografia e un comunicato per far saltare l’intero allestimento. A salvarmi fu la distrazione di Daniela, sicuramente la più pericolosa del gruppo, ma troppo presa dall’obiettivo della telecamera per scatenare una guerra punica. Si limitava a rifilarmi gomitate nelle costole e a lanciarmi battute al vetriolo, godendosi lo spettacolo del mio evidente terrore. A completare la carovana c’era Attilio, fotoreporter di razza e amico fidato, cronista affidabile di tutte le nostre edizioni. In quei giorni Attilio camminava sollevato da terra, ma anche piuttosto imbarazzato, si era infatti ritrovato addosso lo sguardo sgranato e languido di una bella partecipante appena diciottenne, folgorata dal suo vocione scuro e forse anche, più prosaicamente, da altro. Più lei lo puntava, più lui arrossiva, pietrificato da un pudore buffissimo per un uomo della sua stazza. Poi, finita la competizione e smontate le cose sparse per l’isola, ci concedemmo ventiquattr’ore di giusto riposo prima di eclissarci. A Napoli sbarcammo dentro un silenzio metafisico. Niente clacson, zero traffico, piazze deserte. Solo capannelli densi di persone incollate alle vetrine dei negozi, stretti spalla a spalla come durante un rito sacro o ad una pubblica esecuzione. Scendemmo dall’auto per capire, e sì, erano le 20:39 del 29 giugno 2000, semifinale degli Europei, Olanda-Italia, ormai ai calci di rigore. Facemmo appena in tempo ad allungare il collo oltre le spalle della folla per vedere, su una tv in bella mostra, Totti beffare Van der Sar con quel pallonetto insolente. Il cucchiaio. Un boato secco, liberatorio, squarciò la città e fece tremare le serrande dei negozi. L’Italia aveva vinto e l’Olanda, la fortissima favorita, era stata sconfitta.

Immaginai che persino il destino, stanco di badare ai miei pasticci amorosi e aile fatiche di Capri, avesse deciso di prendersi una vacanza per godersi, insieme a tutti noi, quell’attimo di pura, sfacciata, italica follia.

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