C’eri, c’eravate, c’eravamo tutti.

Vent’anni si possono buttare via con la dovuta leggerezza, oppure ci si può illudere di averli vissuti. Un sogno a occhi aperti, di quelli che somigliano ai postumi di una sbronza con vino di rango, la testa confusa, ma la certezza d’essere stati dei principi.In mezzo ci è passata una vita, l’ennesima. E un altro figlio, che a settembre ha fatto diciannove anni. Uno in cui mi riconosco fin troppo e che proprio per questo mi supera a sinistra, uno che mi sbatte in faccia, con la severità candida della sua età, l’assoluta mancanza di etica di certi miei attuali progetti, che a me paiono come colpi possibili, sicuramente efficaci e persino piegati a una buona causa. D’altronde ero stato, e lo sono ancora, un pubblicitario, e il mio mestiere consisteva nel far vincere chi pagava il conto, incurante delle pie illusioni del pubblico. Fabbricare bisogni, si diceva, ma con una certa mia personale etica, niente trucchi per rifilare veleni o cianfrusaglie varie. Un mercenario con riserve morali, forse la specie peggiore. Rifiutavo candidati politici che mi facevano schifo, come pure indigeribili e micidiali polpette da rifilare agli adolescenti e, sopra ogni altra cosa, le automobili. L’epica del motore, quel testosterone a rate venduto come prestigio sociale, mi ha sempre dato il voltastomaco. E niente gioielli, niente feticci per il gregge dei modaioli. I colleghi più benevoli sghignazzavano, trattandomi da idealista bizzarro e utopico. Poveretti. Non sospettavano che c’è una voluttà sottile nel fare esattamente ciò che gli altri ti pronosticano  come impossibile. E una cattiveria supplementare nel farlo persino bene, con una facilità sfacciata che costringe chi ti dava per spacciato a masticarsi il fegato in silenzio. Vivere un palmo al di sopra dei propri mezzi, ma con la decenza di non sbracare e il vizio di non accontentarsi mai, è sempre stata la mia sola ambizione. Non l’ho mai tenuta nascosta. Che la recita, la commedia, mi sia riuscita per così tanti anni stupisce me prima di chiunque altro. Non che fossi solo. Ho avuto predecessori illustri, fanatici devoti di questa disciplina dell’instabilità. Oscar Wilde, nientemeno, trattava il vivere oltre la propria portata alla stregua di un categorico dovere estetico, mettersi lì col bilancino a dosare le proprie risorse per far durare la baracca gli pareva una meschinità da contabili, una paralisi dell’immaginazione. E una totale diffidenza verso l’imponderabilità del caso, ci terrei ad aggiungere. Pupi Avati, con cui ho lavorato negli anni Settanta, ne aveva fatto una poetica di mestiere. Diceva che per girare film e restare vivi fosse indispensabile indebitarsi fino al collo, impegnare il futuro a scatola chiusa, trovarsi con l’acqua alla gola e venire così costretti a partorire un soggetto nuovo, incassare, tappare i buchi vecchi e scavarne subito altri, addirittura più profondi e straordinari. Una perenne fuga in avanti a spese dei distributori. Ma Pupi, puntellato da una formidabile scorza emiliana, sapeva dove piantare i piedi. Come sporgersi sul ciglio del burrone senza mai caderci dentro, governato da una parsimonia artigiana che lo ha sempre messo al riparo dalla catastrofe. D’altronde lo ricordava pure Flaiano, l’italiota di talento rende al massimo quando si muove in quel limbo stretto tra l’ambizione smodata e il terrore di sfigurare, un istinto borghese che gli impedisce di ammazzarsi sul serio. Io, disgraziatamente, non possedevo né il genio di Oscar né il freno a mano della provincia di Pupi, e quanto al talento nazionale, mi sono sempre sentito un clandestino, un estraneo. Ho finito così per scambiare la velocità con il destino. Ho premuto sull’acceleratore dimenticando che i freni cedono, le gomme si lisciano e i muri non si scansano mai per fare spazio a un ottimista. Preso dall’ebbrezza di consumare tutto subito, ho tirato dritto oltre ogni decenza, e via così, con le lamiere accartocciate e la pretesa intatta d’aver sempre ragione. Eppure mi sono divertito. Nel disordine del mio zig-zagare ho lavorato tanto, e ho giocato anche di più. Ma poi, sul più bello, ho deciso di scendere dalla giostra. Ho mollato tutto e ho piantato Roma, e con lei il grande studio ben avviato e un elenco  clienti da far invidia ad una multinazionale . Me ne sono infischiato dell’anatema di Carmelo Bene, che ripeteva fino alla noia: “Chi lascia Roma, perde Roma”. Mi credevo più furbo, e guardando con sufficienza i reduci che tornavano indietro con le pive nel sacco, mi ero convinto d’essere fatto d’un’altra pasta, più folle, resistente e coraggiosa. OZU doveva essere la svolta radicale, buttare corpo e anima in un progetto limpido, un rifugio per una comunità di spiriti affini e, insieme, un’offerta generosa e culturale alla gente del posto. Peccato che quella gente, con le scarpe grosse e i piedi piantati nella zolla, delle nostre visioni non sapesse proprio che farsene. Non ne avevano il minimo bisogno. È la solita vanità degli stolti, credersi indispensabili a qualcuno quando, in realtà, è quel qualcuno a servire disperatamente a noi per sentirci assolti, utili e vivi.

Ci ho messo vent’anni, e forse qualcosa di più, per chiedermi se ne sia valsa davvero la pena. E per accorgermi che sì, dopotutto ne valeva la pena.

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