Una rosetta fotografica

L’amicizia con i Cavicchioli fu longeva, una di quelle rare costanti in un’esistenza altrimenti votata alla deriva. Sì, dopo la partenza di Divo, un’anima inquieta tornata in Columbia a inseguire chimere esotiche lontane dalla polvere dei set e dal vacuo scintillio del cinema, nello studio avevo stretto un legame bizzarro ma sorprendentemente solido con il fratello Irio e il figlio Paolo. Una famiglia toscana d’origine, un crogiolo di individui arguti, capricciosi e dalla lingua tagliente come una lama ben affilata, ma per me un punto di riferimento in quegli anni di incertezza esistenziale. E nonostante l’assenza di Divo, ormai quasi un ricordo sbiadito, tramite lo studio Cavicchioli continuavano ad affluire proposte lavorative. Molte erano western spaghetti, un genere che non mi entusiasmava particolarmente, ma anche pellicole politicamente e socialmente impegnate, come “San Michele aveva un gallo” dei fratelli Taviani, un’opera criptica che divideva il pubblico tra l’ammirazione e la perplessità, “L’udienza” di Marco Ferreri, un’allegoria grottesca del potere, e persino “La casa dalle finestre che ridono” di Pupi Avati, un incubo padano che mi inquietava più di quanto volessi ammettere. Ma fare il fotografo di scena mi stava stretto come un vestito di taglia sbagliata. Trovavo insopportabili i tempi morti del set, quelle interminabili attese illuminate da luci artificiali, e il lavoro, tutto sommato, noioso e ripetitivo. Così, con la pragmatica rassegnazione di chi cerca di sbarcare il lunario, iniziai presto a imparare altri mestieri: il fonico, l’ispettore di produzione… Ma l’amore per la fotografia, una vecchia fiamma che non si spegneva del tutto, riaccese una scintilla inaspettata sul finire degli anni Settanta. Scoprii per caso, sfogliando una rivista specializzata dal titolo vagamente pretenzioso, “Click Fotografiamo”, un articolo su di me corredato da alcune mie foto realizzate durante le riprese del film di Marco Ferreri, “La cagna”. Non erano scatti di scena, ma immagini rubate sull’isola di Cavallo a una bella ragazza francese, Chantal Rabanit. Non avevo mai autorizzato la pubblicazione di quelle foto private e, nonostante i miei vani tentativi, non riuscii mai a scoprire come fossero finite nelle mani della redazione e, soprattutto, di chi. Mi presentai quindi in redazione con uno spirito battagliero, pronto a far valere i miei diritti di autore calpestati, e mi ritrovai invece, con mia sorpresa e un certo scetticismo, scritturato come giornalista per la stessa rivista. Articoli di tecnica fotografica, test di attrezzature, recensioni di obiettivi… Un universo alieno per la mia indole poco incline alla precisione tecnica. Non sono mai stato un tecnico e mai lo sarò. La redazione, al contrario, era popolata da fanatici, gente con case trasformate in arsenali di fotocamere, obiettivi di ogni foggia, flash potenti come lampi a ciel sereno. Disquisivano animatamente di “sistema zonale”, diaframmi, tempi di scatto e altre arcane formule alchemiche. Nessuno, dico nessuno, che sapesse dire qualcosa sull’organizzazione degli elementi che compongono un’immagine fotografica, figuriamoci sul “punctum”, quell’aspetto emotivo così ben teorizzato da Roland Barthes. Così, con una punta di malcelato sadismo, sfidai il più tecnologico di loro a realizzare una fotografia dalla finestra della redazione. Il giorno fissato, lui si presentò con la migliore attrezzatura possibile, un armamentario degno di un fotoreporter di guerra. Io, invece, sfoderai la mia arma segreta: una “rosetta”, sì, insomma, un panino appositamente preparato con un foro stenopeico, verniciato di nero con una cura maniacale e imbottito con un pezzetto di pellicola Trix Pan. Come sia finita è abbastanza facile da intuire: “Non c’è niente di peggio di un’immagine nitida di un concetto sfuocato”, come saggiamente sentenziò Ansel Adams. Chissà dove ho messo quel negativo artigianale, ma non butto mai via nulla. Prima o poi lo ritroverò. E allora… forse ci riderò su. Forse.

2 pensieri riguardo “Una rosetta fotografica

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