Se la foto non è buona, vuol dire che non eri abbastanza vicino.

Avevo dodici anni la prima volta che presi “in prestito” una macchina fotografica, era il 1960 e abitavamo ancora dietro Piazza Navona, in via della Vetrina. Eravamo tornati da poco dal Brasile, non parlavo italiano decentemente e non frequentavo ragazzi della mia età. Quindi mi estraniavo andando in giro a scattare foto con una delle due Leica che papà aveva nel suo scrittoio. Era una Leica IIIF, una splendida camera fotografica, la stessa che usava Cartier Bresson e altri famosi fotografi dell’epoca. Sì, sono stato un ragazzo fortunato, perché imparare su una camera come quella voleva dire davvero qualcosa. E infatti, finito il liceo, e con pochissima voglia di studiare mi ritrovai ancora una volta alle prese con la Leica IIIF, ma questa volta in prova come “fotografo di scena” sul set di un film western all’italiana, “La Notte dei serpenti”.
Mi ci aveva portato Divo Cavicchioli che, appena rientrato in Italia dall’esperienza di Queimada, aveva, diciamo, assorbito i ritmi forsennati del sud America, e così passava largo tempo su un’amaca venezuelana piazzata sul terrazzo del suo studio a via Archimede a Roma. Dovendo stampare i vari servizi realizzati sul set, cercò dapprima di chiudermi in camera oscura con il suo assistente, un certo Rossi. Lì capii subito che se avessi dimostrato una certa capacità nella stampa avrei passato tutto il tempo chiuso al buio con le mani tra sviluppi e fissaggi cosa che di certo non era la mia ambizione. Sbagliai quindi clamorosamente e intenzionalmente la stampa di una serie intera, circa 50 fogli 18×24, e questa mia esperienza in camera oscura si concluse così.
Ma Divo aveva anche pochissima voglia di stare sui set, quindi quando mi accompagnò alla Elios, al villaggio western, mi ci lasciò con la mia Leica d’antan, un po’ di rullini Trix Pan e qualche consiglio. Rimasi sul set una settimana, scattai un sacco di foto e fu una grande soddisfazione vedere che le locandine del film furono realizzate proprio con le mie foto. Sarà stato perché avevo solo il 50 mm? E quindi, parafrasando Bob Capa, “ero abbastanza vicino” e le foto, quindi, “ben riuscite”..?

2 pensieri riguardo “Se la foto non è buona, vuol dire che non eri abbastanza vicino.

  1. il mio accostamento alla Fotografia iniziò con il colore ma anche con il bianco&nero ed in camera oscura imparai tantissimo da semplice autodidatta appassionato di Fotografia…anzi direi che con l’avvento della fotocamera digitale, era finita la vera fotografia che dovevi creare al momento dello scatto senza possibilità di aiutini successivi con il computer.

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  2. A dire il vero gli “aiutini” si facevano, eccome, anche ai tempi della fotografia analogica. Vuoi in camera oscura, vuoi attraverso ritocchi “chimici” sulle stampe. Paolo Stroppa era uno dei migliori ritoccatori al mondo, aveva lavorato a New York sulle foto di Richard Avedon, ma non soltanto sulle sue. Certo le foto di reportage non venivano ritoccate, ma le altre certamente si.Il photoshop può essere uno strumento buono o cattivo, dipende dall’uso che se ne fa, ma una foto insignificante resta insignificante anche pesantemente ritoccata.Personalmente non sono né a favore né assolutamente contrario al photoshop.Ad esempio Steve McCurry a me sembra un tantino aiutato, certe densità e saturazioni del colore delle sue foto…

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