Somaini 956, genesi

Mario, Blasi e Tombini.

Iniziò tutto nell’anno 1922 quando l’industriale di Lomazzo, Francesco Somaini, ebbe l’intuizione che non appena si fossero conclusi i lavori di bonifica dell’agro romano, eliminate acque palustri e zanzare, i terreni limitrofi, finalmente liberi dall’incubo della malaria, sarebbero cresciuti enormemente di valore. Roma era vicina e creare una grande azienda agricola, tra l’altro intercettando parte degli enormi investimenti economici che il Governo di allora stava elargendo per i lavori di canalizzazioni e bonifica, sarebbe stato un ottimo affare.  Acquistò quindi con quattro soldi seicento ettari di terreni fertili nel quadrato tra via della Pisana, via della Magliana, Malagrotta e la Casetta Mattei, ci trasferì un centinaio di famiglie dal Veneto, che allora era terra di fame e di emigrazione, e iniziò a costruire un’azienda agricola innovativa, modernissima per gli standard dell’epoca, costituita come un villaggio completo di chiesa, scuola, case per i lavoratori e tante grandi stalle che nel suo progetto dovevano ospitare almeno un migliaio di vacche da latte. Il tutto circondato da ettari di bosco, oliveti, pascoli, orti e campi di grano. Un borgo autonomo, in cui poco o nulla si sarebbe dovuto portare da fuori. Insomma, un’azienda modello. Mi sono spesso incantato ad ascoltare Mario che, una volta, compiacendosi al ricordo, mi raccontò di quando, in estate, tante giovani donne arrivavano per la mietitura e dopo una giornata intera a faticare e sudare nei campi si riunivano nel tardo pomeriggio intorno ad un fontanile isolato, togliendosi di dosso i panni per sciacquarsi il corpo, lontane da sguardi indiscreti. Peccato che tutti i ragazzini di Somaini erano già lì da tempo, ovviamente ben nascosti, immaginando e pregustando già la sublime visione e il piacevole, sano, odore dei loro corpi, odore che alle volte credevano di percepire quando il vento favorevole soffiava verso il loro nascondiglio. Un vero, incredibile âge d’or, un eden arcaico che sarà perduto per sempre quando tutti coloro che l’hanno vissuto ci avranno lasciato.Tutti i racconti di Mario, quelli del vecchio Maroni e quelli degli altri anziani aleggiavano intorno a quelle stalle, a quegli spazi dove si era dipanato il filo della loro vita, e noi stavamo, pur ammirati e affascinati da tutto questo, cancellandolo per sempre, solo per iniziare un altro racconto, le nostre esperienze, la nostra vita. Era perfetto l’hangar, il colore azzurrino cielo delle volte e delle piastrelle con i nomi delle mucche, le due file di mangiatoie e le rotaie che servivano un tempo a rimuovere le paglie e le deiezioni. Tutto induceva al rilassamento, sembrava di essere in una cattedrale, di sentire il respiro mansueto e profondo di Matilda, la mucca alfa della stalla che, con i suoi 35 litri di latte, come risultava dalla lavagnetta appesa alla sua mangiatoia, ne era il campione indiscusso. Mi addolorava distruggere tutto, togliere di mezzo tutte queste presenze che si percepivano ancora aleggiare lì dentro, ma non potevamo salvare nulla, tutto era assolutamente incompatibile con quanto volevamo realizzare, uno studio fotografico, anzi, lo studio fotografico di Enrico & Marco Blasi.  Iniziammo subito a rimuovere le mangiatoie, distruggendole con dei grossi e pesanti contrappesi che avevamo trovato sul posto, usandoli come palle da bowling lanciate sulla struttura portante che, sotto la violenza degli impatti, si sbriciolava letteralmente. Fu un lavoro lungo e pesante, avremmo dovuto usare un martello pneumatico, operai, qualunque altro mezzo, ma preferimmo fare tutto con le nostre mani, anche a costo di metterci un sacco di tempo in più. Come pazzi invasati ogni giorno eravamo lì a ridurci come monatti, luridi, coperti da uno strato di polvere grigia incollata ovunque sulla pelle sudata, sul viso, i capelli. Daniela, la mia compagna, era ogni giorno lì con noi, a rimuovere calcinacci, a spostare ferri e pezzi di cemento armato, senza sottrarsi a nulla, senza evitare la fatica, come il più forte dei manovali. Era una donna bizzarra, bella come solo poche donne al mondo, fragile e insieme fortissima, determinata come noi a portare a compimento l’impresa. E pensare che aveva da poco terminato le riprese del  film di Antonioni che la vedeva attrice protagonista, e avrebbe dovuto e potuto approfittare del suo momento di gloria invece di stare lì con noi nella polvere, ma era una donna generosa, pazza quanto basta per non essere costretta dalle convenienze. Somaini in quei primissimi anni ‘80 conservava ancora qualcosa del ruolo che aveva avuto tanto tempo prima, mandrie di mucche e greggi di pecore pascolavano ancora tranquillamente lì intorno, erano però di Tombini, un signore di Visso, che aveva quei pascoli in affitto e sempre lì lasciava pascolare libera la più grande mandria equina del centro Italia, ben centotrenta bellissimi cavalli, e un gregge di sopravissane, probabilmente uno degli ultimi del Lazio. Ogni anno Tombini si sobbarcava la fatica della transumanza, Somaini – Visso e viceversa,  sempre coadiuvato da Nardi, detto da tutti Garibaldi, un buttero, che sul suo enorme mulo giganteggiava aggirandosi nei terreni a controllare le bestie. Dormiva all’aperto Nardi, pioggia o neve, apriva un grande ombrello verde scuro da pastore e ci si rannicchiava sotto, sempre accanto al suo mulo e soprattutto alla grossa e minacciosa ascia posta in una fondina assicurata alla sella. Parlava pochissimo, credo di aver sentito la sua voce solo un paio di volte in tutti quegli anni, e non dava confidenza facilmente, insomma un tipo tosto, robusto e arcaico con cui nessuno dovrebbe voler litigare. Eppure trovò l’occasione un certo Sergio, uno dei primi autoctoni del posto, un ex steward Alitalia un po’ impudente, che avevo già visto in pericolo una mattina presto al bar da Isabella nell’orario in cui due fratelli lavoratori delle cave, che avevamo soprannominato i Dioscuri, i gemelli Castore e Polluce tanto erano indistinguibili, venivano a fare colazione. E cosa fa questo Sergio? Vede questo energumeno alto due metri, le sue mani enormi e callose, i pantaloncini corti da cui escono due gambe robuste e muscolose oltre che sporche di fango e impolverate, si emoziona e l’apostrofa così: “Uh, mamma mia che gigante sei, ma chi è più grosso, tu o tuo fratello?” Non ho idea cosa abbia scatenato l’ira del gigante, se più il tono della domanda, oppure il confronto con il fratello, come una bestia feroce chinò il viso sul cappuccino, digrignò i denti stringendo forte la tazza fino a romperla in mille pezzi, per poi, con le mani grondanti caffè, ringhiare minaccioso: “Senti, non te lo dico più, me devi da lascià perde, si me vieni a scoccià n’antra vorta t’ammucchio. È ‘na promessa”. Lui impallidì, si precipitò fuori e sparì. Gli mancava solo sfidare Nardi, ma rimediò pochi mesi dopo, quando, trovandosi in auto quasi a ridosso di lui in groppa al suo mulo, preso dalla fretta di uscire dal cancello, stupidamente diede un lungo colpo di clacson, per mettergli fretta. Il mulo scartò e Nardi, preso alla sprovvista, quasi rischiò di cadere ritrovandosi intraversato sulla sella proprio di fronte a Mario e ad un altro paio di persone. Imbestialito e con l’orgoglio ferito, ben deciso a vendicarsi e restando in sella al suo mulo, prese l’ascia, la roteò in alto tra gli sguardi esterrefatti di tutti e sferrò il colpo verso il guidatore. Solo all’ultimo istante, una frazione di secondo prima di mandare in frantumi il parabrezza, e all’altro mondo il povero Sergio, recuperò la lucidità e diresse la violenta accettata, di piatto, sul cofano che, con un rumore terribile, si accartocciò. Durò pochi istanti, per Sergio probabilmente un’eternità. Aveva rischiato di morire ma se l’era cavata grassa anche questa volta. Tirammo tutti un sospiro di sollievo riprendendo fiato, mentre lui fuggiva sgommando sulla Portuense. So per certo che non osò mai chiedere un rimborso. 

3) continua

Eccomi nell’hangar
Daniela, Marco e Randwe, il Rottweiler, durante i lavori dell’hangar
Marco e Randwe, il Rottweiler, durante i lavori. Sempre nell’hangar

One thought on “Somaini 956, genesi

  1. Conosco Somaini(villaggio) da 56 anni, andavo a scuola, li due tre volte l’anno ci portavano in chiesa , e facevamo colazione, lo Yomo era locale , solo magro con 100 lire si prendeva un barattolo da 250, infanzia bellissima!!

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