Somaini 956, divagazioni

Un set di pubblicità anni ’90 nello studio Blasi a Somaini

Inizia tutto con i veneti trapiantati nel Lazio per l’opera di bonifica delle paludi, opera iniziata dai Romani già nell’età imperiale e prima ancora da Latini e Volsci. Proseguita  poi nei secoli fino ad arrivare a quegli anni ‘20 in cui tutto fu realizzato e l’agro laziale, già pazzescamente fertile ma ancora in corso di bonifica,  fu “invaso” dai veneti, operai, contadini, famiglie intere che, sfuggendo dalla fame e dai disagi di una regione fredda e a quei tempi poverissima, rappresentavano la mano d’opera più a buon mercato d’Italia. I nuovi arrivati si diedero da fare, si attivarono in molteplici campi, fondando nuovi borghi, piccole cittadine e imprese agricole,  conservando i nomi dei luoghi natii, inevitabilmente contaminando le proprie tradizioni, anche quelle strettamente alimentari. Negli anni ‘70, un pò per caso, ne trovai uno a Maccarese, aveva due bei baffoni, parlava una strana lingua, un pò veneto e un pò laziale, gestiva un locale alla buona, di campagna, quasi sempre vuoto a parte in alcune occasioni in cui si incontravano per il pranzo della domenica le famiglie di agricoltori della zona, quasi sempre anche loro veneti di origine. Il menù era basato su cose semplici, per lo più cotte alla griglia, funghi, quaglie, braciole e bistecche, annaffiate da un vino raro intorno a Roma, il clinton. Un vino fuorilegge, proibito, ma come impedire ad un veneto di bere? Impossibile. “Lo faccio io, per casa mia, chi mi può impedire di offrirne un bicchiere a un amico?” così mi rispose quella volta che glielo feci notare “e poi non te lo faccio pagare, non lo metto in fattura…quindi tutto a posto così, no?”. Poi arrivò  il successo che gli fece cambiare abitudini, via il clinton e dentro robusti vinacci dei Castelli. Era diventato Baffo, il famoso bisteccaro di Maccarese, ingrandito e sempre più affollato, certi giorni anche fino a notte fonda. Continuava a piacermi il posto, mi piacevano loro, anche se lo preferivo quando non lo conosceva nessuno, quando era solo una piccola trattoria di campagna addossata alle piste dell’aereoporto di Fiumicino, e Baffo, oltre a grigliate e insalate, di tanto in tanto cercava di differenziare il menù, proponendo le rane, pescate proprio lì accanto, i fossati ne erano pieni. Parcheggiata fuori dal bar una Ford Mustang rossa faceva la sua porca figura e dentro un flipper d’annata intratteneva i pochi frequentatori del posto, cinque palline con cento lire. Dal bancone del bar la bella Caterina, la figlia sedicenne di Baffo, inguainata in una striminzita minigonna, con la sua solita voce alta e sguaiata ti esortava a sederti al tavolo e a provare le “specialità” del giorno. “A Bla, oggi ce sò le rane, l’ho prese io, co la canna da pesca…te piacciono, ce lo so, viè a sentì che te magni”. Con il successo arrivarono i soldi e un’altra Ford Mustang rossa parcheggiata a lato dell’ingresso. Caterina da maggiorenne si vestiva più castigata, e stava sempre a pensare ai soldi, a contare le banconote, ma era rimasta la ragazza schietta di sempre e in fondo spiritosa, simpatica, “sordi, sordi…damme li sordi, me piacciono li sordi, senti come frusciano in mano” diceva sempre quando veniva al tavolo con le banconote appena incassate strette nel pugno e si sedeva accanto a noi per il conto. “Ma solo questo ve sete magnati? Ammazza che purciari…” A volte, ma ormai raramente, i clienti scarseggiavano e allora lei ti portava dentro di peso e ti faceva sedere nel posto migliore, una posizione privilegiata da cui poter seguire almeno 4 o 5 grossi televisori sintonizzati su canali diversi. Una vera mania di Baffo la televisione, aveva piazzato sul tetto una struttura alta almeno dieci metri da cui numerose antenne captavano i segnali TV che permettevano la visione di partite di calcio altrimenti destinate ad altre regioni. E quando c’erano le partite, c’era sempre il pienone. Fu proprio grazie a Baffo che scoprii Somaini, e mi accorsi che anche lì, sulla Portuense più di qualcuno parlava ancora con una cadenza veneta, ma sempre più imbastardita con il romanesco di periferia.  E proprio nei primi tempi della mia vita a Somaini, uno di questi ex veneti, un ottantenne arzillo che incontravo quasi ogni giorno ai tavoli del bar di Ernesto, mi intratteneva raccontandomi storie di cui, in un modo o nell’altro, era stato testimone. “Vieni, siediti, beviamo un goccio insieme, ti ho mai detto di quella volta…” Erano sempre storie esagerate, la mucca che produceva 80 litri di latte al giorno, il fungo porcino da cinque chili trovato sotto le querce, il toro che fuggì dalla monta taurina “uscì proprio da lì, correndo come impazzito e grosso come era fece disastri, lo dovettero abbattere a fucilate”. Tutte storie di campagna di cui lui non era mai il protagonista, esagerate quanto basta, ma in fondo ingenue e assai divertenti. Poi un giorno iniziò a parlarmi della guerra, cose più reali, crude, drammatiche come quando mi raccontò, commosso e quasi piangendo, di uno degli ultimi giorni di guerra, di un’intera autocolonna della Wehrmacht in fuga da Roma che cercò di ripararsi dai bombardamenti degli aerei alleati abbandonando gli automezzi e infilandosi a piedi nelle grotte di una ex miniera proprio sotto il Serpentone, trascinando faticosamente alcune casse che erano caricate su un camion. Seguivo il suo racconto con estrema attenzione a tutti i dettagli, cercando di capire se il suo era un racconto, di prima mano, oppure solo una cosa sentita da altri e riproposta apposta per me, quando sbottò quasi piangendo “Erano solo ragazzi in divisa, tedeschi, nemici ma pur sempre giovani mandati a morire, gente come noi, solo carne da cannone…” Mi spiegò che una bomba aveva centrato l’ingresso della miniera, che crollò imprigionando i soldati nelle gallerie, e lui che era andato laggiù, come tanti, a vedere, ne aveva sentito le voci “sentivo lamenti e urla venire da lì sotto, ma cosa potevo fare io da solo, c’era pure chi mi minacciò: fatti gli affari tuoi, sono nemici, crepino pure come topi, se lo meritano.  Nessuno mosse un dito per salvarli, non fu un agire da cristiani. Sì, erano nemici, però a casa qualcuno li avrà pure aspettati, avranno pure loro avuto una mamma. Che cosa tremenda morire così, che brutta fine…”  Immaginai le casse, i soldati agonizzanti, il tesoro che quelle casse forse contenevano, e non ebbi nessuna curiosità, nessuna  voglia di andare a cercarlo. L’orrore che era riuscito a trasmettermi mi aveva come paralizzato. Altre storie, più o meno verosimili, di tesori nascosti dalle truppe tedesche in fuga da Roma ne avevo già sentite. In una il tesoro sarebbe stato nascosto nel dedalo di gallerie delle catacombe cristiane di San Valentino, proprio sotto la collina dei Parioli, in un’altra, più leggendaria, l’oro rastrelato nel ghetto era stato nascosto in certe gallerie del monte Soratte, poi fatte brillare con la dinamite e mai più ritrovate. Leggende metropolitane, quasi sicuramente, ma questa che mi aveva raccontato con gli occhi rossi dalle lacrime e il tremore delle mani aveva proprio il sapore amaro della verità. Lui, l’anziano veneto, era arrivato giovanissimo a Somaini dalla lontana Dogaletto e non si era più mosso, neppure per andare a Roma, neppure per il viaggio di nozze, che non fece. La sua linea di confine, non segnata da nessuna carta, era la Casa del Popolo, praticamente dove adesso è il civico 848 di via Portuense, poco prima dell’incrocio con via dei Rangoni. A proposito, lo sapete che il bar pasticceria Golosità, proprio lì accanto, fa una delle migliori colombe pasquali di Roma?. 

2 pensieri riguardo “Somaini 956, divagazioni

    1. Beh, c’è sempre questa possibilità, quali sarebbero le inesattezze? Nel racconto dell’anziano? nella storia di Baffo? oppure le colombe pasquali della pasticceria non sono piaciute?

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