
Sbarcare da un traghetto alle sei del mattino, con la notte incastrata tra le vertebre come un sassolino fastidioso, è un’esperienza che si colloca di diritto nella galleria degli orrori esistenziali. Ma eravamo in Sardegna, ad Olbia, e la giovinezza, quella sfacciata presunzione di immortalità, ci dipingeva addosso una patina di ottimismo posticcio. Niente caffè fumanti nei bar del porto, però. Avevamo una fretta indomita di raggiungere la nostra chimera: una caletta selvaggia, un anfratto di solitudine profumata di mirto e lentisco, distante anni luce dalla statale 125 e dalla sua processione di vacanzieri sonnambuli. Per arrivarci, una stradina bianca, più simile a un capriccio di sentiero per capre, sconnessa come un discorso interrotto e a tratti vertiginosamente affacciata su un mare che prometteva abissi. Nella cesta legata al portapacchi, la nostra gattina nera dormiva con una placida indifferenza che rasentava la santità. Come facesse quella bestiola a sopportare un simile supplizio senza un lamento, senza un disperato tentativo di fuga (trattenuta solo da un foulard svolazzante che le offriva una precaria difesa dal sole, dal vento e dalla libertà), resta uno dei misteri irrisolti della mia esistenza. Lei, nulla. Immobile come una sfinge assonnata, neppure un miagolio di protesta. Sfrecciavamo sulla statale 125, un “sfrecciavamo” da prendersi con le pinze. La nostra motocicletta non era certo un destriero impetuoso, ma una vetusta Gilera 300 bicilindrica, un lascito quasi gratuito di un amico militare americano con velleità di customizzatore. Un mezzo strano, un incrocio improbabile tra una moto da turismo stanca e un chopper sgangherato. Era bruttina, certo, ma possedeva una sua intrinseca affidabilità, una qualità che, in quel momento, mi sembrava la quintessenza della bellezza. Già appesantita di suo, ulteriormente zavorrata dai nostri zaini monumentali, non si poteva certo definire un fulmine di guerra. Il minuscolo serbatoio del quasi-chopper reclamava un rabbocco, e noi un po’ di tregua, magari un caffè che ci desse l’illusione di poter affrontare la giornata con rinnovato vigore. Decidemmo così di infilarci in un’area di servizio con annesso bar che avevamo adocchiato sulla carreggiata opposta. Ma mentre, con il braccio sinistro, segnalavo la nostra intenzione di virare, portandomi con incoscienza al centro della strada, una Renault 4 beige ci piombò addosso, sfiorandoci con una noncuranza criminale e costringendomi a una manovra d’emergenza che per poco non ci scaraventò sull’asfalto rovente. E quasi per riflesso pavloviano, il mio braccio, ancora teso nel gesto di svolta, spedì al diavolo la Renault, o meglio, il suo imbecille di autista. Entrando nello spiazzo desolato della stazione di servizio, mi accorsi che la Renault, già lontana, compiva una spericolata inversione a U, sollevando una nuvola di polvere e un acre fumo di pneumatici bruciati. “Ecco,” pensai, preparandomi al peggio, “ci ha ripensato e adesso mi tocca pure discutere con questo imbecille.” Appena ebbi il tempo di appoggiare la moto sul cavalletto sbilenco accanto alle pompe di benzina, la Renault irruppe nell’area sgommando rabbiosamente, inchiodando a pochi centimetri da noi. Ne discese un gigante, un uomo di proporzioni bibliche, alto e robusto come una quercia sradicata, il viso paonazzo e le vene del collo che pulsavano di una furia cieca. Venne subito all’attacco, mentre io, con una prudenza che in quel frangente mi parve saggezza antica, frapposi tra noi due la pesantissima, stracarica Gilera, eretta a improbabile baluardo. “Tu mi hai mandato a fanculo.” “Chi, io?” risposi con una vigliaccheria che mi fa ancora arrossire. “Ma no, ha capito male.” Ero terrorizzato. Il tizio era davvero grosso, le braccia con cui tentava di afferrarmi erano spaventosamente muscolose, tentacoli minacciosi. Ma la Gilera, inaspettatamente, si rivelò una barricata efficace, impedendogli di farmi a pezzi come avrebbe desiderato. Sentii Daniela, con un filo di voce implorante, gridargli: “Ma che fa, lo vuole ammazzare… ma non lo vede che lei è il doppio di lui… e per cosa poi…”. La risposta arrivò secca, tagliente come una lama: “Mi ha mandato a… fanculo…”. Che uno potesse infuriarsi a quel modo, con una rabbia così viscerale, per un gesto che a Roma non era neppure considerato un’offesa degna di nota, mi sfuggiva completamente. Eppure eccolo lì, vivo e furente, il gigante offeso nel suo orgoglio sardo. Non potevo distrarmi. Mentre continuavo a evitare il contatto fisico spostandomi agilmente dall’altro lato della moto, tentai una goffa opera di persuasione: “Ma come l’avrei mandata a quel paese?”. Mi accorsi subito di aver commesso un errore. La domanda non fece che esacerbare la sua ira. “Con il braccio… nel continente voi fate così con il braccio e vuol dire…”. Si imbestialì al solo pensiero, le vene sul viso si fecero ancora più tumide, minacciando di esplodere. Daniela, sempre più spaventata, riprese a supplicarlo di lasciar perdere, che da noi, a Roma, quel gesto era una cosa normale, quasi un tic nervoso. Lui cercava di aggirarmi, roteando intorno alla moto, ma io, con una rapidità sorprendente, lo eludevo spostandomi di lato. Quand’ecco che, in un impeto di furia cieca, fece una cosa davvero terrificante: afferrò con le sue enormi mani la moto, il manubrio con la sinistra e il portapacchi con la destra, la sollevò di peso e la spostò di lato con una facilità disarmante. Ero spacciato. Aveva eliminato la mia unica difesa: la Gilera barricata. E adesso ero allo scoperto, preda inerme della sua collera. Ma per lui era stato uno sforzo immane, un gesto agghiacciante che, inaspettatamente, portò a un risultato insperato: nel compierlo, aveva esaurito tutta la sua energia, e la sua rabbia si era di colpo afflosciata. Fissandomi negli occhi, mentre io ormai mi preparavo all’impatto, mi disse con una voce quasi normale: “E lo sai allora cosa ti dico io?”. Ovviamente non lo sapevo, e gli risposi con un timore mal celato: “Cosa?”. E lui: “Vai a farti fottere tu”. Restai interdetto. Non potevo crederci. “Ma certo che sì,” balbettai, “fanculo pure io, sì, sì.” Mentre osservavo il pallore svanire dal viso di Daniela, mi giunse forte e chiara la voce del gigante: “E adesso che tutto è a posto, andiamo al bar a bere, pago io.”Tre filuferro e tre birre alle sei e trenta del mattino… i sardi, che strana e meravigliosa gente.
E la gatta? Aveva continuato tranquillamente a ronfare nella cesta, al riparo del suo anonimo foulard.