
Roma, si sa, è un teatro di paradossi. Se ti azzardi, in una sera qualunque, a desiderare una pizza da Baffetto, puoi scommettere che ti troverai a officiare il rito propiziatorio della fila. E se la notte, per di più, decide di elargire quella sua pioggerella sottile e perfida che ti inzuppa l’anima prima ancora dei vestiti, allora puoi nutrire la certezza matematica di non trovare mai un centimetro quadrato libero. Ebbene, quella era una di quelle notti umide e ostili. L’ora tarda, la fame che si faceva sentire con la sgarbatezza di un creditore importuno, e Baffetto che rigurgitava umanità. Gente disposta a ingurgitare litri di birra e gazzosa pur di non affrontare il diluvio marzolino. Noi, intanto, all’addiaccio e senza la protezione di un misero ombrello, ci stavamo trasformando in spugne umane. Tentai l’estremo gesto della disperazione e, fissando negli occhi Idolo (Baffetto, per l’anagrafe), abbozzai un eloquente gesto romano, un misto di supplica e minaccia che suonava più o meno come “aoh, e daje, falli sloggiare, siamo in due… e che due coglioni”. Eravamo clienti affezionati, fedeli al punto da meritare forse un trattamento di favore, e Baffetto, con un classico gesto rassicurante che prometteva miracoli imminenti, mi fece cenno di pazientare. Poco dopo, mentre un giovanotto con una graziosa straniera al braccio si affacciava titubante sulla soglia, la mano tesa a saggiare la persistenza della pioggia, noi due ci infilammo lesti lesti dalla porta secondaria sul vicolo. E mentre occupavamo militarmente il tavolo miracolosamente liberato, udimmo il giovane apostrofare Idolo con un indignato “It’s raining, bastard… aoh, ‘rtacci tua e meno male che avevi detto che aveva smesso…”. Ma ormai eravamo seduti, e loro, con la stizza dipinta sul volto e lo sguardo basso per evitare le gocce insidiose, si allontanarono frettolosamente verso un’altra, presumibilmente meno affollata, meta.
Roma, si sa, è da sempre terra di conquista per turisti di ogni latitudine e stagione. Estate o inverno, autunno o primavera, tutti i locali dove si possa mangiare qualcosa di vagamente decente, che siano trattorie veraci o ristoranti pretenziosi, rigurgitano di stranieri. E questo è un guaio, perché oltre a far lievitare i prezzi con una logica incomprensibile e a occupare i tavoli con la tenacia di un esercito invasore, riescono anche a far rovinare le pietanze con le loro richieste bizzarre. Nei primi anni Settanta, poi, trovare un posto dove servissero una pasta al dente era un’impresa degna di un esploratore. Bisognava avventurarsi lontano dal centro, addentrandosi nei quartieri popolari, dove a dettare legge era ancora il popolo romano de Roma, e i cuochi, spesso abruzzesi o molisani trapiantati, non potevano certo permettersi il lusso di sbagliare una cottura. In ogni caso, in quelle sterminate periferie, potevamo dormire sonni tranquilli: mai e poi mai avresti visto qualcuno profanare un’amatriciana accompagnandola con un cappuccino. Insomma, per mangiare in modo decente e a un prezzo vagamente onesto, dovevamo imbarcarci in un’odissea verso le borgate. Un’ingiustizia, e a volte anche un rischio concreto: non era raro, infatti, ritrovarsi dopo cena con l’auto elegantemente appoggiata su quattro mattoni, privata delle sue preziose ruote. E così, a volte, spinti dalle circostanze, da un portafoglio insolitamente gonfio o da compagnie esotiche, ci affidavamo a scelte che definire “sicure” era un eufemismo.
Quella volta, il carciofo fu galeotto. Alla giudia, ovviamente, un’istituzione della cucina capitolina che ci condusse in un celebre ristorante del Portico d’Ottavia, un luogo intriso di storia e, presumibilmente, di sapori autentici. Era tardi e, con una cortesia inattesa, ci allestirono un bel tavolo sul marciapiede antistante. Avevamo da poco abbandonato il set del film “L’Ultima Donna” alla Safa Palatina, e intorno al tavolo si era radunata una compagnia piuttosto eterogenea. Oltre a Marco Ferreri e alla sua Jacqueline, c’era pure l’algido fascino di Michel Piccoli, lo scenografo francese Michel de Broin, il direttore di produzione Roberto Giussani e altri membri della troupe. Sembravamo usciti direttamente da un racconto di Flaiano: il guazzabuglio di lingue e dialetti, il vino che iniziava a fare il suo effetto soporifero, la stanchezza che stemperava le tensioni, tutto ci conferiva l’aria di una scalcinata combriccola di turisti allegri. E come tali, ahimè, cercarono di trattarci. Il ristorante godeva, ovviamente, di una certa reputazione, e fu dapprima con stupore, presto tramutato in rabbia sorda, che fummo costretti a rimandare in cucina per ben tre volte il piatto di gricia che avevamo ordinato per tutti. Figuriamoci: un italiano costretto a ingurgitare una pasta scotta… e per di più a Roma! E il cameriere, imbarazzatissimo, con un’aria contrita che non prometteva nulla di buono, si giustificò con una frase che resterà scolpita negli annali della ristorazione romana: “Ma io l’avevo detto in cucina che non eravate americani…”