1980

Daniela e Victor in Houdinì, 1978, Beat ’72

Daniela, reduce dal ruolo di Mavi, ne portava ancora addosso le scorie, come un abito troppo stretto che non si riesce a sfilare. Mavi, creatura tormentata e dura, le si era incollata all’anima con la tenacia di un’ombra. E Daniela, fragile nonostante l’apparenza, faticava a scrollarsela di dosso. Uscirne, recuperare le forze, era una salita faticosa, troppo. Si sentiva sul ciglio di un precipizio, sull’orlo di un esaurimento che pareva un appuntamento imminente. Bisognava staccare la spina, allontanarsi da Roma, da quella mondanità appiccicosa che ben presto le si sarebbe avvinghiata al collo come un boa.

1979! Ancora oggi maledico quel giorno al Beat ’72, quando Bertolucci, chissà cosa cercasse in quel fumoso antro, la vide recitare in “Justine” accanto a Victor Cavallo. E stramaledico quella sua segnalazione ad Antonioni, che, folgorato come da un’epifania notturna, le offrì quella parte. Certo, imprecare contro un’occasione simile suona come una bestemmia laica, ma tant’è. Daniela, lo sapevamo tutti, calcava le scene per una sorta di sacro fuoco interiore, per la vertigine del palcoscenico, per la sfida con se stessa, non certo per il tintinnio dei denari o per la luce effimera della fama. Ma quel ruolo, così ingombrante, la proiettava in un mondo dorato e in parte posticcio, quello del cinema, per il quale lei non aveva la scorza, non possedeva l’armatura necessaria. E la cosa la destabilizzava, la rendeva opaca. Eppure, Daniela era una di quelle donne che non si arrendono facilmente, che stringono la mascella e vanno avanti, con una tenacia che a volte sconfina nell’ostinazione. Tosta, sì, ma con una trasparenza disarmante, fragile come un bicchiere di cristallo posato sul bordo di un tavolo. Quando la sua nuova amica ci propose di dividere una casa a Ginostra, capimmo che era un’ancora di salvezza, un’occasione da afferrare al volo, prima che la corrente la portasse via. “Andiamoci subito,” dissi, “andiamo a vedere. Sarà bellissima anche in questa stagione.” Ricordo bene, era ottobre. Il momento giusto per sbarcare su quell’isola remota, quando la canicola estiva era ormai un ricordo sbiadito e la folla vociante dei vacanzieri si era dispersa come sabbia al vento. A chi mai potrebbe piacere la pioggia su un’isola d’inverno? Solo a noi, forse, e a pochi altri spiriti solitari. Persino le case delle celebrità, quelle bianche architetture effimere che d’estate risuonavano di risate e conversazioni futili, ora tacevano, sigillate come segreti. La casa, abbarbicata a strapiombo sul mare di Lazzaro, era di una bellezza aspra e selvaggia. Isolata, come un nido d’aquila appoggiato a grandi rocce scure e taglienti che si protendevano sul vuoto. Tutt’intorno, una vegetazione fitta, quasi ostile, un groviglio lussureggiante di verde scuro. Tutto parlava un linguaggio eoliano essenziale: la calce bianca delle pareti, i soffitti di canne appena intonacati, con chiazze giallognole, ricordo del sole implacabile dell’estate appena trascorsa. Qualche cicala ritardataria, con la testardaggine di un reduce, si ostinava ancora a frinire tra le foglie che si affacciavano su un patio immenso, battuto dal sole e dal vento. Tre blocchi di appartamenti, e al centro, come un cuore pulsante, il pozzo-cisterna che raccoglieva l’acqua piovana dai tetti, unica fonte di vita liquida, da centellinare con parsimonia. E ogni mattina, appena la luce incerta dell’alba si insinuava tra le persiane, ci attendeva un panorama unico, quasi irreale: un mare d’argento liquido da cui emergevano, come fantasmi azzurri, le altre isole dell’arcipelago. Una tazza di tè caldo, pochi biscotti sbriciolati: il superfluo necessario per quei momenti di sospensione. Alle nostre spalle, Iddu, il vulcano, geloso della nostra ammirazione per quel mare luccicante, sembrava volerci ricordare chi era il vero padrone di casa, chi decideva i ritmi di quell’esistenza isolata. E all’improvviso si manifestava, un buongiorno fatto di sbuffi e tremori, di lapilli rossastri sparati verso il cielo terso, di brontolii sordi che sembravano provenire dalle viscere della terra, da sotto i nostri stessi piedi. Iddu, Carusu per gli isolani, non ci faceva paura. Sapevamo tutto di lui, delle sue bizze improvvise. Un vecchio sopravvissuto, con il volto segnato dal sole e dalla fatica, ci aveva raccontato la potenza della sua ira, i boati che squarciavano il silenzio, le eruzioni improvvise, le fughe in mare con le barche traballanti, e soprattutto quella nube ardente del 1930 che aveva sconvolto la quiete sonnolenta di Ginostra, le centinaia di massi enormi scagliati in cielo come proiettili impazziti, ricaduti sulle poche case distruggendo tutto. Giusto il tempo di finire quel tè tiepido, e tutto tornava alla normalità. Iddu si placava, come un vecchio brontolone che ha avuto il suo momento di sfogo. Tutt’intorno alla casa, solo rocce, rossastre e nere, da cui spuntavano piccoli olivi tenaci, ginestre gialle e radi cespugli di violacciocche. Nell’aria, autunnale ma ancora tiepida, una traccia profumata, indefinibile, che ti mozzava il respiro.

Le cose da ricordare? Il ristorante dei fratelli, con il pesce fresco e le tovaglie a quadretti. I dolci della moglie piemontese di Riccardo, una sinfonia di sapori dolci e un po’ malinconici. Le pescate di Giovanni, il fratello, gestore con Riccardo dell’unico ristorante, e poi Mario Lo Schiavo, novello Caronte che a remi muoveva merci e persone da e per il traghetto. Un uomo solare e di poche parole che conosceva i segreti del mare. E ancora un giovane tedesco, forse un reduce della rote armee fraction, che taciturno e con una sua particolare aria fatalista si muoveva con il suo vecchio scecco, un asino, che gli serviva per trasportare le pesanti valige dei villeggianti su e giù per i sentieri impervi, e le bombole del gas. Un’immagine pittoresca in cui lui, berlinese, risultava più siciliano dei siciliani stessi. E poi ancora le pozzette calde in riva al mare, un lusso primordiale. E l’Imperatore di Timpone, un designer nordeuropeo di moda, figura leggendaria che si aggirava tra le rocce con la dignità di un sovrano decaduto.

Ma tutto questo, in fondo, è già successo. E il passato, si sa, ha la consistenza effimera di un sogno al risveglio.

One thought on “1980

  1. Vabbè, questa me l’ero persa perchè immerso nella rendicontazione ….

    Per me sei da premio Oscar, ma te l’ho già detto.

    Penso che Ettore abbia avuto un gran culo ad avere un padre come te e a
    ricevere un’eredità così immensa.

    L’iniziativa di raccontare la tua vita extra ordinaria attraverso questi
    scritti “unici” e inimitabili è stata semplicemente geniale e, a mio
    parere, è stata l’impresa di un successo così alto da essere
    ineguagliabile.

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