
Still-life, ricerca personale e nessun committente.
Nella mia vita, la celebre parabola di Arbasino ha subito un errore di cronologia, un deragliamento involontario del destino. Cambiando l’ordine dei fattori, il risultato è rimasto identico: sono sempre io. Da giovane, infatti, non fui mai “una promessa”: per tutti ero già, con una certa puntualità, «il solito stronzo». Anzi, per qualcuno che ancora oggi preferisco non nominare per non fargli la cortesia di un ricordo, ero semplicemente «Blasi, lo stronzetto». Poi, senza che avessi ancora l’età per i primi reumatismi, arrivò la fase del «maestro». Qualcuno, certamente in cerca di un favore o in preda a un eccesso di piaggeria, cominciò ad apostrofarmi così. La cosa mi indispettiva, in Italia, dare del “maestro” a qualcuno è il modo più rapido per metterlo in soffitta prima del tempo. Solo adesso e in tarda età, per un bizzarro paradosso, sono diventato una sorta di «brillante promessa». Di cosa, ancora non mi è chiaro; forse di una senilità davvero assai poco precoce. Comunque, la maggioranza dei miei amici resta fedele alla prima impressione: «il solito stronzo». È inutile cercare di emendarsi: si nasce stronzi al liceo e si muore ancora più stronzi oggi, e tutto mentre i miei ricordi delle versioni di latino si fanno inevitabilmente fitta nebbia. Eppure, secondo me, meglio stronzo che trasparente. La stronzaggine, in questo secolo di anime scialbe, è la mia prova d’esistenza in vita. Esisto, dunque irrito. Nonostante non mi spacci per uno chef – figura ormai più inflazionata dei sottosegretari – è evidente che cucinare mi piaccia. Rifuggo come la peste gli arzigogoli dell’alta “cultura culinaria”, ma non ho nemmeno il pur minimo apprezzamento per le cucine da camionisti ventripotenti. Aborro però, e da tempi non sospetti, quella che chiamavamo” nouvelle cuisine”, cioè due maccheroni smarriti in un piatto immenso, decorati con la precisione di un miniaturista, ottimi forse per la vista, ma del tutto insufficienti per quel piacere nel quale amo, di solito, affogare. Faccio il fotografo di food. Sono un gourmet fuori moda che cerca di restituire sapidità e desiderio attraverso l’inquadratura e la luce. Prendiamo l’omelette. Anthony Bourdain diceva che in cucina non si mente, lì Dio non c’è, e se pure ci fosse non potrebbe aiutarti, l’omelette o la sai fare o non la sai fare. È il grado zero della verità. Non c’è nulla di più faticoso della semplicità assoluta. L’omelette non ha salse dietro cui nascondere un errore, non ha belletti per distrarre l’occhio. È solo tecnica, calore e cronometro. Per un fotografo, poi, l’omelette è una sfida spietata. C’è la questione della texture, quel giallo che deve vibrare di seta, evitando l’aspetto viscido o, peggio, croccante. E poi il volume, quella curva sinuosa che deve sedurre la luce senza farsi sconfiggere dalle ombre, sussurrando agli occhi la sofficità che attende il palato. L’omelette è il mio unico esposimetro morale, il test che separa chi chiacchiera di cibo da chi lo vive davvero, chi scatta una foto da chi costruisce un mondo. È il momento in cui la realtà smette di trattare e ti guarda dritto nelle pupille, o meglio nelle papille..
La cucina, la fotografia e la vela: ecco il mio perimetro. Tre discipline unite dalla stessa, magnifica spietatezza. Se sbaglio la temperatura, l’angolo o la virata, la natura non accetta scuse e mi presenta il conto, senza perdono. Decidere quando scattare, quando strambare o quando girare quella maledetta omelette spetta solo a me. È un potere assoluto che mi rende inevitabilmente odioso a chi mi sta accanto. Salvo poi, una volta servito il piatto o pubblicata la foto, vedermi perdonato di tutto.
