
Nacqui famoso? No, e neppure lo divenni in seguito, ma fu subito chiaro a tutti che ero famelico, affamato, vorace, e, possiamo dirlo, decisamente impaziente. Costrinsi mamma ad allattarmi fino ai tre anni, finché la cessazione dell’erogazione e un definitivo esaurimento scorte non mi obbligarono ad abbandonare il seno materno, ma a quel punto la mia famelica curiosità non si placò, si limitò a cambiare bersaglio, cercando, con metodica serietà, altrove le risposte a quel vuoto che sentivo già di poter colmare interessandomi alle tettine della mia amichetta Celita Tonda. Con enorme sorpresa, constatai che le sue non erano più grandi delle mie, anzi addirittura più piccole ma sorprendentemente assai più graziose e di un rosa pallido che mi conquistò l’anima e il resto. Ci eravamo denudati in quella specie di teatrino allestito con gli schienali di due poltrone e io, più delle impercettibili tette, notai delle mancanze, di qualcosa che lei non aveva tra le sue gambette, cioè il pistolino che avevo io e che, a cinque anni, utilizzavo giusto per pisciare. Ma come farà lei, senza questo pisellino, a urinare? Avvicinandomi per verificare accuratamente e ottenere maggiori dettagli, la costrinsi a ritrarsi pudica e poi a scappare a casa. Così rimasi nel dubbio e nell’ignoranza, con una curiosità insoddisfatta e direi anche morbosa che durò parecchi anni, ossessionandomi fin’oltre la pubertà, ma poi, ormai adolescente, ancora stregato dal ricordo di quelle minuscole, quasi inesistenti, cosine rosa cercai di togliermi il pensiero e di approfondire l’argomento, anche perché quel coso che mi era cresciuto tra le gambe reclamava qualcosa, un suo diritto, una sorta di riconoscimento giuridico che, lo sentivo, prima o poi avrei dovuto concedergli per non finire sommerso dalle proteste dello stesso mio corpo. A sedici anni, quindi, con una tempesta ormonale in corso scatenata da una ragazzetta appena più grande di me, argentina di nascita e romana d’adozione, riuscii finalmente a capire cosa c’era sotto l’ombellico di una ragazza e ad apprezzarne consistenza e profumi. Non fu un’epopea, e, a dire il vero non combinammo granché, ma bastò quel poco perché il mio personale vaso di Pandora si incrinasse esponendomi a una dolcissima perdizione. La mia personale Pandora, però, non era curiosa quanto l’originale, lo ero invece io e così fui io e non lei ad aprire del tutto quello scrigno, da cui però non uscirono spiriti maligni, e neppure la gelosia o il vizio, bensì la consapevolezza che questa discendente della mitica Pandora era per me una dispensatrice di grazie, quasi una Urì luminosa, una creatura, una dispensatrice di energia, capace di infondermi una forza vitale così prepotente da farmi sentire, finalmente, uomo e pronto a scalare per lei una montagna nel solleone di Ferragosto. Scoprivo, come un iniziato, che la grazia non è una conquista ma un’eredità, un qualcosa che già ci appartiene, una certezza che mette a tacere l’ansia del domani. Una verità nuda e cruda, che non ha bisogno di aggettivi o di maschere, e la certezza, la consapevolezza, che quanto avevo appena scoperto era già mio da sempre e lo sarebbe rimasto per sempre. Naturalmente l’argentina era una tipa focosa, come si conviene immaginare, una vera guapa e anche se quasi del tutto priva di tette, aveva dei grandi capezzoli scuri, circondati da una tale luminosa aureola che li faceva apparire come santi. Un seno virginale, una di quelle forme minute e tornite che si perdono interamente in una coppa da champagne. Lei però se ne vergognava, e un giorno che la sorpresi a mettersi dei fazzoletti nel reggipetto per farle apparire più grandi, le dissi di ignorare le apparenze, di fregarsene alla grande, e che per me lei era bellissima e le sue tette essenziali e meravigliose. “Sono caratteri sessuali secondari, fregatene delle tue amiche maggiorate e poi le trovo davvero bellissime così”. Poi, il disastro. Un malaugurato giorno non mi sfuggì di bocca che Celita, l’amichetta d’infanzia, le aveva più piccole delle sue? Fu un’imprudenza imperdonabile, e fu anche inutile cercare di spiegarle che parlavo di un’altra era geologica, di quando io e Celita avevamo entrambi cinque anni, di un gioco innocente tra poltrone e schienali. Non ci credette. Esplose in una tempesta di improperi in castigliano, parole cattive che potevo capire bene ma che mi rifiutavo di accettare. E fu proprio in quel momento che il vaso di Pandora, che io avevo inopinatamente appena socchiuso, le scoppiò tra le mani. Fu lei, e non io, a soccombere agli spiriti maligni della gelosia e del sospetto, mentre io restavo a guardare le macerie della mia rivelazione, a riprova del fatto che i mali del mondo non fanno distinzioni di passaporto, di sesso o di età e, a ben vedere, affliggono proprio tutte e tutti. Amen