Eravamo a Comacchio, era il 6 maggio 1976 e c’era poco da ridere.

Avevo accettato anche questa volta di fare il fotonico, ma non per soldi, sia chiaro. Mi incuriosiva conoscere l’autore di Balsamus, l’uomo di Satana, e non avevo mai partecipato ad una produzione  horror, così, quando Gianni Minervini mi propose di partecipare alle riprese di La casa dalle finestre che ridono, accettai senza riserve, E feci bene, anzi, benissimo, furono  cinque settimane in famiglia, spesso con le gambe sotto al tavolo a discettare di tortellini e cappelletti, lambrusco e albana… E poi eravamo in Emilia, un territorio piano, ma niente affatto piatto, dove ti può davvero capitare di tutto, ti puoi trovare scritta una dichiarazione d’amore dentro i jeans che hai mandato a stringere, oppure che ti propongano in  albergo una bottiglia di Moer Sciarton, come fosse un famoso Champagne, o, il 15 agosto, una bella fetta di zampone e purè. Nel pieno rispetto del clima horror, Pupi e fratello, mi soprannominarono “Manson”, intendendo Charles Manson, per via di un curioso ascendente che avevo con i giovani attori del film, Pietro Brambilla, e Francesca Marciano e alcuni loro amici venuti a trovarli. Probabilmente tutta la faccenda dell’ascendente era dovuta allo stereo che avevo in macchina, alla musica che sentivamo insieme e anche alla stessa auto, una Mercedes decappottabile d’epoca, splendidamente restaurata e che prestai anche al film. Un giorno, a Comacchio, eravamo tutti a pranzo in una trattoria  lungo un canale, quando notai un tale che mangiava da solo a poca distanza, mi sembrava di riconoscerlo, non era quel Forges-Davanzati che avevo conosciuto un paio di mesi prima a casa di Gianmaria Avetta? Decisi che era proprio lui, quindi mi alzai, andai al suo tavolo e iniziai un discorso “ciao, come stai, tutto bene? Sai, ho visto Gianmaria poco prima di venire a Comacchio e mi ha detto che…volevo quindi scusarmi con te per non  averti salutato quando…”lui rispose evasivamente, evidentemente non ricordava nulla, ma fu diplomatico e cordiale. Anche troppo. Tornato al tavolo Pasqualino, il direttore della fotografia, mi chiese stupito “ non sapevo conoscessi così bene Giuliano Montaldo”. Montaldo? Ecco chi era. E io che l’avevo scambiato per… e quindi ogni volta che nominavo Gianmaria lui pensava a Volontè, e non a Gianmaria Avetta, con cui avevo finito l’ultimo film di Ferreri. Che figura…Giorni dopo stavamo girando una scena, lo ricordo come fosse oggi, cercavo di mettere a fuoco e scattare, ma qualcosa me lo impediva, non ci riuscivo, sembrava che tutto si muovesse…, e in quel momento preciso i campanili di tutta Comacchio iniziarono a suonare all’unisono, in un negozio di illuminazioni tutti i lampadari si animarono oscillando da una parete all’altra, i canali debordarono e la torre dell’orologio, anche lei, prese ad oscillare pericolosamente. Era il terribile terremoto del Friuli, ed era lì, proprio in quel momento.Era il 6 maggio 1976.

Ringrazio  Cesare Bastelli per le foto del set, perché le mie, come sapete, sono andate perse con l’archivio Cavicchioli.

2 pensieri riguardo “Eravamo a Comacchio, era il 6 maggio 1976 e c’era poco da ridere.

  1. Ciao Enrico, io ti conoscevo solo come fonico e invece hai fatto e fai tante altre cose belle e interessanti: complimenti!. E anche i tuoi racconti sono scritti molto bene e sono divertenti… bravo!. Ricordo che quella sera del terremoto, durante le riprese del film di Avati “La casa dalle finestre che ridono”, tu non ti perdesti d’animo, mi acchiappasti al volo e richiamasti qualche altro della troupe e ci portasti quasi a forza alla tua macchina (la tua mitica Mercedes d’epoca che figura anche nel film) per poi fuggire tutti ad alta velocità verso il centro di un grande parcheggio Comacchiese, ai bordi del paese, dove ti fermasti. Ci spiegasti che tu eri stato in America Latina (così mi pare di ricordare) in un posto dove i terremoti erano frequenti e che quindi avevi sviluppato questa prontezza per metterti in salvo in un luogo sicuro.. Cesare

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