Travolti da mostruose, irrisolte, passioni

Ah, i pomodori. Quelli veri, intendiamoci, non di certo le pallide imitazioni olandesi, ma le creature solari, un po’ sbilenche, con quella loro livrea scarlatta striata di verde, un vago sentore di terra e un’acidità che ti stuzzica la lingua. Ci avrei costruito un’esistenza intera, un regime alimentare monocolore, e vi confesso, senza tema di apparire ridicolo, che percepivo una certa qual corrispondenza da parte loro. Un reciproco, silenzioso affetto. La nostra casa, un capriccio architettonico dei primi del secolo scorso, era incastonato nella placida Monteverde Vecchio, e si innalzava presuntuosamente su tre piani, una specie di torre di avvistamento un po’ scalcinata. Al pianterreno, un’eco di ambizioni tecnico/artistiche: una sala di posa polverosa, una stanza satura di libri e di dischi che ormai suonavano quasi solamente nella nostra memoria, e i due bagni, strategicamente dislocati come trincee in un campo di battaglia. Una scala, stretta e perfida come una vecchia rinsecchita, conduceva ai piani superiori. A metà rampa, la stanza da letto, teatro di lenzuola stropicciate e sussurri notturni. E poi, in cima, il “living”, un’espressione pretenziosa per definire una serra gigantesca, una bolla di vetro offerta agli sguardi curiosi del vicinato, dove trascorrevamo la maggior parte del nostro tempo, immersi in un’atmosfera vagamente tropicale. Lì troneggiava un camino, muto testimone delle nostre burrasche domestiche. Da un lato, la cucina a vista, palcoscenico di improvvisati manicaretti e silenzi carichi di tensione. Dall’altro, scaffali colmi di oggetti eterogenei, reliquie di un passato comune. E poi, lui, il protagonista vegetale: un mastodontico contenitore di terra fertile, due metri cubi di promesse verdi, dove accudivamo con dedizione maniacale una treppadera brasiliana, un rampicante esotico che si aggrappava ai miei ricordi d’infanzia, e diverse piante di pomodoro, basilico, un’accozzaglia di aromi che tentava di nobilitare l’aria viziata. In questo spazio multiforme, un tavolo trasformista fungeva da altare per i nostri pasti – tutt’altro che frugali, va detto – da tavolo da riunioni per improbabili progetti, da scrittoio per pensieri fugaci e, soprattutto, da arena per le nostre “discussioni”. Che definirle tali era un esercizio di pudore lessicale, un’ipocrita attenuazione della realtà. Erano furibondi, apocalittici litigi, innescati dalla più banale delle divergenze, da un’inezia che si gonfiava fino a diventare un mostro. Daniela ed io, avvinghiati in un groviglio di sentimenti contrastanti, ci amavamo, certo, eravamo complici in mille piccole trame quotidiane, ma bastava un nonnulla, un’ombra sul nostro precario equilibrio, per scatenare tempeste di parole che si protraevano estenuanti, feroci. E che, fatalmente, si concludevano in riappacificazioni melense, in quella terribile quiete post-uragano che aveva il diabolico effetto collaterale di cementare, all’infinito, la nostra relazione impossibile. In quella casa permeata di passioni e recriminazioni, solo una porta si concedeva il lusso di una serratura: quella del bagno. E lì, a volte, braccato dalle furie della mia personale Erinni, mi rifugiavo, sperando in una spontanea remissione della tempesta. Una volta, ricordo vagamente l’antefatto, Daniela non si accontentò di presidiare la porta. Con una tenacia degna di miglior causa, mi costrinse ad aprire, si accomodò sul bordo della vasca e riprese il suo vibrante monologo accusatorio. Fuggii in cucina, ma le Erinni, si sa, hanno il fiato lungo e una vocazione inestinguibile al dramma. Mi raggiunse tra i fornelli, imperterrita. Daniela era fatta così, un fascio di nervi tesi, costantemente sull’orlo di una crisi. Se un ruolo la possedeva, diventava intrattabile, un vulcano in eruzione. Ma anche nei periodi di quiete apparente, quando il lavoro le concedeva una tregua, ecco serpeggiare l’inquietudine, la nevrosi strisciante che la rendeva, comunque, inavvicinabile.

Gli anni della nostra convivenza furono segnati dalla militanza nel teatro Off, quelle cantine buie e fumose dove l’impegno era inversamente proporzionale ai guadagni. Ma vuoi mettere la soddisfazione di collezionare nel curriculum titoli altisonanti e faticose tournée? “Le 120 giornate di Sodoma” di Giuliano Vasilicò, “Stalker” con Victor Cavallo, l’eccentrico “Ah, Charlot” di Valentino Orfeo, l’ostico “Proust”, sempre firmato Vasilicò… e poi le tournée estenuanti con il “Riccardo III” di Carmelo Bene. Il Beat 72, Spazio Zero, Spazio Uno, l’Alberico, l’Alberichino, la Piramide, l’Orologio, il Tor di Nona… Roma, allora, era un palcoscenico continuo, una rappresentazione ininterrotta. Ogni sera in scena o, comunque, a teatro, a spiare un gesto, un’intonazione, un’ombra. Stimolante? Certo. Ma anche spossante, dannatamente spossante. Riprendemmo la nostra querelle, io ero al limite della sopportazione, persi quel labile controllo che mi sforzavo di mantenere. Alzai la voce, le mani mai, non ero abbastanza folle da rischiare un fendente. Improvvisamente, la stanza fu invasa da un odore acre, intenso, come se qualcuno avesse stropicciato con violenza le foglie delle nostre amate piante di pomodoro. Ma eravamo distanti dal vaso, soli, il cane e il gatto sonnecchiavano pigri in giardino. Non ci eravamo (ancora) lanciati nulla. L’odore si fece più forte, nauseante. Lo stupore per quell’inatteso effluvio stemperò la collera, e la nostra battaglia verbale si dissolse di colpo, in quel preciso istante, come un’eco lontana. Aprii le finestre, cercando un po’ d’aria fresca. In giardino, le nostre due anatre starnazzavano nervose, agitate da un’inspiegabile inquietudine. E i pomodori, i miei amati pomodori, avevano smesso di profumare, lasciando tutto lo spazio a un misterioso, inesplicabile silenzio.

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