
Non erano ancora gli anni del ’68 ruggente, la liberazione sessuale un miraggio all’orizzonte e il femminismo un sussurro lontano dalle piazze affollate. Eppure, nell’aria pigra di quella fine decennio, si percepiva già una crepa, un’incrinatura nell’impero dei maschi alfa e delle signorine obbedienti. Ci urtavano, diciamolo pure, le litanie triviali di quei ventenni precoci, tronfi di conquiste da bar dello sport, imprese galanti che, a mio modesto parere, restavano avvolte in una nebbia di dubbi. La ridondanza di particolari che ornavano i loro racconti, pensati per essere piccanti, si rivelavano invece solo grevi, di una volgarità stucchevole. E non solo per le mie orecchie delicate. Ma frequentando il Vigna Stelluti, quel ritrovo della Roma bene in ozio, era impossibile sfuggirgli: stazionavano lì, come statue incompiute, a consumare il nulla e a spargere veleno sulle vedove inconsolabili, assai pronte a essere consolate. Una mattina, ero nel parcheggio antistante, un teatro affollato di lamiere luccicanti e chiacchiere oziose, a conversare con Lilli, la sorella maggiore della mia allora migliore amica. Lilli era un’apparizione, una di quelle creature che calamitano gli sguardi, consapevole della propria bellezza e, da brava toscana verace, dispensatrice di una lingua tagliente come una lama ben affilata. Devo ammetterlo, Lilli mi piaceva, con quella sua aura di donna libera, disinibita, una forza della natura in gonnella. Insieme, quasi ogni notte, andavamo a turbare la quiete borghese, a collezionare piccoli scandali, due teppisti di ottima famiglia, s’intende. Lei era il capo, una leader nata, più grande di me di un paio d’anni forse, e in una notte che la mia memoria custodisce gelosamente, decise di farmi fare un salto di qualità, trasformandomi nel suo amante, anzi, nel suo docile toy boy. Lei, a sua volta, era l’ombra di un uomo, credo pure con tanto di fede al dito, ma cosa poteva importarmene a diciassette anni? Nulla, meno di zero. Non eravamo innamorati, eravamo complici, in tutto e per tutto. A volte accennava a lui, con un sorriso enigmatico: “Se sapesse…”, mi diceva, “verrebbe a cercarti e ti sparerebbe, sai? Ha una pistola, è un uomo possessivo, mi soffoca con la sua gelosia e io mi vendico, con te… bellino che sei, non hai paura?”. E ogni volta, una risata fragorosa squarciava l’aria. No, non poteva importarmi di meno. Lui restava all’oscuro, e tanto bastava per i miei sonni tranquilli accanto alla “sua” ragazza. Beh, tornando al nostro parcheggio, mentre chiacchieravamo amabilmente, un certo individuo, sedicente tombeur de femmes, accostò con la sua spider fiammante. Notata la mia avvenente amica, scese dall’auto con l’aria di chi non deve chiedere permesso e le rivolse una frase insulsa, un complimento talmente banale da essere già dimenticato. Non si curava di me, ero solo un pischello ai suoi occhi. E visto che il suo approccio maldestro non aveva sortito l’effetto sperato, tentò un secondo assalto. Lei non lo degnò neppure di uno sguardo e, senza voltarsi, con una secchezza lapidaria, gli sibilò: “Puzzi di latte, sciò, torna da mamma, sarà in pensiero…”. Lui rimase impietrito, la sua spavalderia evaporata come rugiada al sole. Girò sui tacchi e ripartì sgommando, un patetico tentativo di salvare la faccia. “Quanti imbecilli in giro per questo quartiere”, fu il suo commento lapidario. “Tutti figli di papà… idioti.” Poi, rivolta a me, riprese: “Che fai allora, deciditi dunque, vieni? Andiamo a prendere un gelato da Vivoli?”. Vivoli, all’epoca, era l’olimpo del gelato, e si trovava a Firenze. Ma non c’era alcun problema logistico: lei guidava una Mini Cooper scattante, e io avevo un fornitore di benzina privato, una Jaguar dai serbatoi perennemente colmi parcheggiata nel garage accanto a casa. Andare a Firenze per un cono o a Napoli per un caffè era un’impresa semplice e sorprendentemente economica.
Fu una bella estate, effimera come tutte le estati, e la mia vita di piazza riprese la sua routine. Loro erano sempre lì, con le solite storie trite, le vanterie squallide, la loro rozzezza ostentata. Storiacce condite di nomi, cognomi e dettagli anatomici di una precisione quasi autoptica. Sessuofobici, erano tutti sessuofobici e repressi, quei “grandi”, relitti di un’altra era, dinosauri sulla via di un’inevitabile estinzione. Vedevano le donne come “cose”, corpi anonimi su cui sfogare i loro istinti primari, il loro carico ormonale costantemente sollecitato dai racconti che si scambiavano con occhiate complici e gomitate maliziose. Per loro, la degna conclusione di una serata, quando le finanze lo permettevano, era una spedizione di gruppo in cerca di mercenarie del sesso, in quattro o cinque, per sentirsi più audaci e magari strappare uno “sconto comitiva”. Quella sera di settembre, il mio amico Carlo, un’anima gentile e un po’ spaesata in quel circo di testosterone mal gestito, si lasciò irretire e trascinare in questa gita alla ricerca di emozioni a pagamento. Lui, che non aveva alcuna inclinazione per le professioniste, lui che piaceva alle ragazze “perbene”, lui che era uno sportivo romantico e sognatore, li accompagnò, ma quando giunse il suo turno si ritrovò paralizzato dall’imbarazzo, incapace di provare il minimo desiderio. Era lì, inerte, deciso a rinunciare. Ma la donna, una professionista seria, con una reputazione da difendere e un onorario da meritare, non si diede per vinta. Si prodigò con ogni mezzo per ravvivare le sue spente braci, e lui, come mi raccontò poi con un misto di vergogna e divertimento, cercò di immaginarsi altrove, con la ragazza a cui faceva la corte. La cosa stava lentamente funzionando, quando la donna, notando un timido segnale di risveglio, gli disse con una voce cavernosa: “Dimme quando sei pronto…”. Ecco, finì lì. Non fu più “pronto” e se ne andò via, umiliato e, in fondo, stranamente felice.
