Orme

Gibellina.

“Non sei molto lontano da me, mezz’ora di strada”. Avevo appena postato una foto di Ettore e Paola davanti al tempio F di Selinunte, quando mi apparve questa risposta, un invito esplicito, secco, perentorio, quasi quanto un ordine. In realtà erano passati cinquantacinque anni dall’ultima volta che ci eravamo visti, tanti. Era un chiaro invito a rimediare, a porre fine ad una distanza fisica che mai, nei decenni, fu inferiore. Avevamo iniziato questo viaggio in Sicilia per far ripercorrere al mio dodicenne figlio gli stessi passi che avevo percorso io alla stessa sua età. Un tentativo di “svuotare il cascione”, come lo ha ben definito il mio amico Eduardo, napoletano sagace e verace. La mia esperienza siciliana era iniziata a Palermo, quando mamma, Lia Dell’Ara, aveva ottenuto un ingaggio prestigioso al teatro Massimo, ed io, sotto l’affettuoso e ferreo controllo di nonna Clelia, l’avevo accompagnata volentieri. Palermo, città meravigliosa e pigra, mi accolse con il suo clima umido, i suoi giganteschi alberi, i parchi… natura e colori quasi identici a quelli della mia infanzia in Brasile. Indifferente ai rimbrotti di nonna, non appena mi riusciva possibile, sgusciavo fuori di casa per andarmi a perdere tra i vicoli della vucciria e della kalsa, i due quartieri limitrofi alla strada di casa. Abitavamo all’ultimo tratto di via Maqueda, come dire il “salotto buono” della città, ma cosa poteva importarmene? Quello che veramente adoravo erano gli odori e i sapori delle immense friggitorie, con ogni ben di Dio adeguatamente esposto fuori dal negozio, direttamente nel vicolo, come facevano d’altronde anche le pescherie, dove ognuno poteva scegliersi un pesce e farselo cuocere, lì per lì, sotto gli occhi… Ma i siciliani ormai preferiscono i supermercati, come quasi tutti purtroppo, e i mercati rionali hanno perso la loro funzione, finiti, disintegrati e insieme a loro è scomparso un mondo, con le antiche grida dei venditori e, ahimè, gli straordinari profumi delle cotture in strada. Ma in terra di Sicilia avevo mosso tanti altri passi, tanti, impossibile ripercorrerli tutti, avevo lavorato a Taormina più volte, fotografando alberghi, avevo abitato per anni una casa a Ginostra, visitato isole in più occasioni, girovagato qui e là alla scoperta di un sito, di un sapore, arrivando a sfiorare anche personaggi diciamo “particolari”, come quella volta che, dalla parti di Cefalù, avevo trovato questa piccola trattoria tradizionale, attrezzata con un unico lungo tavolo dove ci si sedeva accanto a perfetti sconosciuti e si mangiava tutti insieme quello che la cucina offriva al momento,  la “Tavola d’Oro”, la chiamavano così i paesani, anche se non aveva neppure un insegna. Ci andai una decina di volte, sempre alla stessa ora e ogni volta al momento del conto l’oste mi rispondeva secco “ È pagato!”. Avevo pensato che il conto fosse stato pagato dal committente delle foto che stavo realizzando, un albergatore del posto, dato che nell’accordo economico erano compresi vitto e alloggio, e invece no, non era così infatti l’ultimo giorno cambiai orario e ci andai a pranzo, mangiai e chiesi il conto, come al solito. “Sono ottomila lire” mi rispose l’uomo alla cassa. Rimasi sorpreso, pagai e gli chiesi la ragione per cui tutte le altre volte era già pagato. “Ma lei non sa davvero con chi era a tavola?” mi rispose beffardo “quando c’è Lui a tavola nessuno può mettere mano al portafoglio”. Chiaro e semplice: ero stato a tavola con un capobastone siciliano, misterioso personaggio di cui non mi era concesso sapere neppure il nome. Gole dell’Alcantara, spiagge di Fiumefreddo e Naxos, Vendicari, la spiaggia di Marinella sotto Tindari, la cima dell’Etna… nulla era rimasto come l’avevo trovato allora, immobile e cristallizzato nel tempo. Una bella pretesa la mia, di ritrovare i miei ricordi come li avevo lasciati. Troppi anni sono passati, sessanta da quando ho incontrato l’ultima volta mia cugina Stefania, la figlia di mio zio Ugo, anche lei danzatrice come mamma e i suoi genitori. Ricordavo una giovinetta, mi sono trovato davanti una madre, con ben tre figli, tutti più che trentenni. Ma era sempre lei e sono bastati pochi minuti di “ti ricordi” e “quella volta che tu…” e ci siamo ritrovati, immediatamente, come se il tempo passato non avesse pesato per nessuno di noi.  Palermo! Pane e panelle, il panino c’a meusa, le stigghiole…il polpo bollito, spruzzato di limone e impiattato in un vicoletto sporco e puzzolente: la Sicilia del cibo, queste le orme che cercavo di ripercorrere, le mille varianti di granita di limone, con e senza “briosce”, le arancine, il biancomangiare, i cannoli, le minne, i gelati e il caffè. Mai preso un caffè catttivo in Sicilia, tutti deliziosi, corti e profumati come dovrebbero sempre essere, appena sotto la media il caffè preso in un baretto in cui un barista depresso e triste muoveva stancamente i gesti di ogni giorno. Stavo cercando di ripercorrere le orme di un tempo, a modo mio, inseguendo i sapori, ma scoprendo ogni giorno nuove delizie, lasciando quindi nuove tracce che un giorno, forse, Ettore cercherà di ripercorrere, spero non inutilmente. “El tempo gira in tondo e tornerà a trovarne e torneremo zoveni a far el giro del mondo” scriveva il poeta veneziano Giacomo Noventa, ma questo può accadere solo nel ricordo dei nostri figli, e di chi ci ha voluto bene.

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