
Iniziò tutto con la tenacia ruvida dei veneti, gente strappata alle loro terre umide e fredde per arare il ventre paludoso del Lazio. Un’impresa titanica, germogliata nei secoli, dalle zolle battute dai sandali dei Romani fino alle ruspe fragorose degli anni Venti. Allora, quell’Agro Pontino, già prodigo di messi ma ancora ostaggio della palude, conobbe l’onda lunga di un’umanità affamata. Dal Veneto profondo, stretto nella morsa della miseria e del gelo, calarono a frotte: operai dalle mani callose, contadini con la schiena curva, intere famiglie aggrappate alla speranza di un tozzo di pane. Erano la manovalanza più a buon mercato d’Italia, carne da lavoro disposta a tutto. Si rimboccarono le maniche, quei veneti, piantando radici tenaci in una terra straniera. Fondarono borghi che sapevano di casa, piccole patrie con nomi che risuonavano di campanili lontani. E nel solco tracciato dall’aratro, inevitabilmente, le tradizioni si mescolarono, come l’acqua dolce e quella salmastra, contaminando persino i sapori della tavola. Negli anni Settanta, la sorte mi condusse in un’osteria di Maccarese. Il padrone, un omone con due baffoni da tricheco e un idioma strano, un impasto di vocali venete e cadenze laziali, gestiva un locale spartano, di quelli che sanno di terra e di fumo. Desolato quasi sempre, animato solo la domenica dal vociare delle famiglie di agricoltori della zona, quasi tutti, guarda un po’, con le radici piantate tra le Dolomiti e il Piave. Il menù era un canto alla semplicità: brace scoppiettante, funghi porcini fragranti, quaglie saporite, braciole succulente e bistecche che profumavano di fieno. E per annaffiare tanta rusticità, un vino proibito, un’ombra rara da queste parti: il clinton. Un fuorilegge enologico, bandito dalle leggi, ma come sradicare la sete atavica di un veneto? Impensabile. “Lo faccio per mi, per casa mia,” mi rispose sornione quella volta che gli feci notare l’illegalità del nettare rubino, “e poi non te lo faccio pagare, niente fattura… capìto?” Poi, la ruota girò. Il successo bussò alla porta, cambiando le abitudini e i vini. Addio clinton, benvenuti robusti rossi dei Castelli. Il baffuto oste si trasformò in “Baffo”, il celebre bisteccaro di Maccarese, il locale crebbe, si gonfiò di gente fino a notte fonda. A me, quel posto continuava a piacere, mi piacevano loro, anche se serbavo nel cuore il ricordo di quando era un’umile trattoria di campagna, stretta tra i campi e le piste dell’aeroporto di Fiumicino. Allora Baffo, tra una grigliata e un’insalata, osava qualche divagazione culinaria, proponendo le rane pescate nei fossi lì accanto, rigogliosi di vita palustre. Una Ford Mustang rossa fiammante troneggiava davanti al locale, un’americana sfrontata in mezzo alla polvere. Dentro, un flipper d’annata ingannava la noia dei pochi avventori con il suo carillon metallico. Dal bancone, Caterina, la sedicenne figlia di Baffo, enfatica in una minigonna audace, con la sua voce squillante e un po’ sguaiata, ti invitava a sederti e ad assaggiare le “specialità” del giorno. “A Bla’, oggi ci so’ le rane, l’ho prese io, co’ la canna… te piacciono, lo so, vieni a sentì che te magni!” Con la fortuna, arrivarono altri dollari e un’altra Mustang rossa parcheggiata di traverso. Caterina, diventata maggiorenne, vestiva abiti più seri, ma la sua mente danzava sempre tra le cifre, tra il fruscio delle banconote. Era rimasta la ragazza schietta di sempre, con una vena di arguzia popolare. “Sordi, sordi… damme li sordi, me piacciono li sordi, senti come frusciano in mano,” diceva, stringendo nel pugno i guadagni della serata, sedendosi accanto a noi per il conto. “Ma solo questo v’ete magnati? Ammazza che purciari…” A volte, sempre più raramente, il locale si svuotava. Allora Caterina ti prendeva di peso e ti piazzava nel tavolo migliore, una postazione privilegiata da cui potevi seguire almeno quattro o cinque televisori sintonizzati su canali diversi. La televisione, una vera ossessione per Baffo, che aveva fatto innalzare sul tetto un’impalcatura metallica alta come un campanile, costellata di antenne che captavano segnali proibiti, regalando ai suoi clienti le partite di calcio altrimenti negate. E quando c’era il pallone, il locale traboccava. Fu proprio grazie a Baffo che scoprii Somaini, e mi accorsi che anche lì, lungo la Portuense trafficata, più di qualcuno conservava un’eco di accento veneto, sempre più sbiadito, impastato con la parlata ruvida della periferia romana. E nei primi tempi della mia vita a Somaini, uno di questi ex veneti, un ottantenne arzillo che incrociavo quasi ogni giorno al bar di Ernesto, mi intratteneva con storie di cui, in un modo o nell’altro, era stato testimone. “Vieni, siediti, beviamo un goto insieme, ti ho mai contato de chela volta…” Erano sempre fole gonfiate, la vacca che dava ottanta litri di latte al giorno, il porcino gigante trovato sotto la quercia secolare, il toro furioso fuggito dalla monta taurina. “Xe scappà proprio de là, corendo come un mato e grosso come un armadio, ha fato un casino, i lo ga dovù butar zo a fucilàe.” Storie di campagna, con lui mai protagonista, esagerate quanto bastava per strapparti un sorriso ingenuo. Poi, un giorno, il racconto virò sulla guerra. Cose più vere, crude, drammatiche. Come quando mi narrò, con la voce rotta e gli occhi lucidi, di uno degli ultimi giorni del conflitto, di una colonna di soldati tedeschi in fuga da Roma che cercava riparo dai bombardamenti alleati infilandosi a piedi nelle gallerie di una vecchia miniera sotto il Serpentone, trascinando casse pesanti. Ascoltavo ogni dettaglio, cercando di capire se quella storia gli fosse uscita dal cuore o fosse solo un’eco lontana. Finché lui sbottò, quasi piangendo: “Ma iera solo fioi in divisa, tedeschi, nemici ma pur sempre zoveni mandai a morir, gente come noialtri, solo carne da cannone…” Mi spiegò che una bomba aveva centrato l’ingresso della miniera, che la terra aveva tremato e inghiottito i soldati nelle viscere della montagna. Lui era andato laggiù, come tanti, spinto dalla curiosità macabra, e aveva sentito le loro voci. “Sentivo lamenti e urla vegnir de sot, ma cosa podevo far mi da solo? Ghe gera anca chi me minaciava: fatti i cazzi tuoi, i xe nemici, che crepa pure come topi, se lo merita. Nessuno ga mosso un dito par salvarli, no xe stà un agire da cristiani. Sì, iera nemici, però a casa qualchedun li averà pur aspettà, averan pur anca lori avùo na mama. Che roba tremenda morir cussì, che brutta fin…” Immaginai le casse, i soldati agonizzanti, il tesoro che forse giaceva in quelle scatole di legno, e non provai nessuna curiosità, nessuna voglia di andare a cercarlo. L’orrore di quel racconto mi aveva paralizzato. Altre storie, più o meno verosimili, di tesori nascosti dai tedeschi in fuga da Roma le avevo già sentite. In una, il bottino giaceva nel labirinto oscuro delle catacombe di San Valentino, sotto la collina dei Parioli. In un’altra, più leggendaria, l’oro rastrellato nel ghetto era stato celato nelle gallerie del Monte Soratte, poi fatte saltare con la dinamite e mai più ritrovate. Leggende metropolitane, quasi sicuramente. Ma quella storia, narrata con gli occhi rossi di pianto e il tremore delle mani, aveva il sapore amaro della verità. Lui, l’anziano veneto, era arrivato giovanissimo a Somaini dalla lontana Dogaletto e non si era più mosso, neppure per andare a Roma, neppure per il viaggio di nozze, che non fece. Il suo confine, invisibile sulle mappe, era la Casa del Popolo, praticamente dove adesso c’è il civico 848 di via Portuense, poco prima dell’incrocio con via dei Rangoni. A proposito, lo sapete che il bar pasticceria Golosità, proprio lì accanto, sforna una delle migliori colombe pasquali di Roma?
comunque c’è anche qualhe inesattezza
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Beh, c’è sempre questa possibilità, quali sarebbero le inesattezze? Nel racconto dell’anziano? nella storia di Baffo? oppure le colombe pasquali della pasticceria non sono piaciute?
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