Scarpini & bucatini

Andavano fortissimo i “danzatori scalzi” a Roma e portare gli scarpini in palcoscenico era considerato decisamente “out”. E chi li indossasse veniva immediatamente bollato di classicismo, come fosse un marchio d’infamia. Mode, certo, e come tutte le mode effimere, passeggere, ma capaci di stroncare sul nascere un talento. Mamma, Lia Dell’Ara, dall’alto della sua carriera, delle chiacchiere letteralmente se ne fregava, e nessuno d’altronde avrebbe mai avuto il coraggio di dirle in faccia che era “out”, un residuato del classicismo, ma figuriamoci. E poi lei che della ballerina classica non aveva proprio nulla, non il fisico esile, non l’aspetto etereo, era sempre stata attratta da personaggi forti, drammatici, da musiche difficili, addirittura, a detta di molti, impossibili da ballare. La prima volta che la vidi danzare nel Mandarino Meraviglioso eravamo in Brasile, durante le prove ero sempre sul palcoscenico, fischiettando la musica di Bartok e seguendo attentamente ogni singolo passo, ogni movimento di danza e a nessuno sano di mente, neppure a Millos, sarebbe mai venuto in mente di impedirmelo, la leonessa era lì, gli artigli bene in evidenza e sempre pronta a difendere il suo unico cucciolo. Poi arrivò la prova generale, completa di tutto, orchestra  trucco e  costumi, faceva molto caldo in teatro quel giorno e dopo la rappresentazione mamma era in un bagno di sudore, il trucco pesante richiesto dal suo ruolo si stava liquefacendo, rendendole il viso una maschera grottesca. Doveva essere stremata, ma invece di preoccuparsi di come fosse andata, del giudizio del coreografo, mi cercava girando lo sguardo in ogni dove  poi finalmente mi vide, seduto in terra tra le pieghe del sipario, lo sguardo basso, scuro in volto. Arrivò di corsa, tre balzi ed era già lì, accanto a me “cosa succede Richetto? Non stai bene, non ti è piaciuto lo spettacolo?” Io senza alzare gli occhi, guardando in basso per non incrociare il suo sguardo gli dissi piano piano “sembravi una donnaccia, una…” non dissi altro e scoppiai a piangere. Avevo sei anni, troppo pochi per poter accettare la mamma in quel ruolo scabroso. Arrivarono altre interpretazioni, altri ruoli, altre musiche, tante davvero impossibili da danzare. Tanti i suoi cavalli di battaglia, le sue interpretazioni oltre il Mandarino Meraviglioso di Bartok. Ricordo perfettamente le prove, i costumi e il trucco di tantissimi balletti, il più delle volte mescolando i ricordi. “Petrouchka”, di Stravinsky, “Bolero” di Ravel, “Capricci” di Stravinsky, “Sonata dell’Angoscia”di Bartok, “Lenda Do Amor Impossivel”, di Millos, “Le quattro stagioni”, di Verdi, “Fantasia Brasileira”, di Souza Lima, “Passacaglia”, di Bach, “A Cangaceira”,di Camargo Guarneri,”Delicae Populi”, di Casella, “Lotteria Viennese” di J.Strauss, “Indiscricoes” di Jacques Ibert, “O guarda Chuva” di Francisco Paulo Mignone, “Uirapurù” di Villa Lobos, “Nella valle dell’innocenza” di Mozart, “L’isola eterna”, di Bach. Tanti, ma non li posso ricordare davvero tutti, aveva iniziato a danzare ben prima che me ne potessi rendere conto, assistere agli spettacoli. Padroneggiava un repertorio sterminato, che richiedeva un fisico forte, un carattere indomito e un’interpretazione decisamente fuori dalla portata di altre danzatrici, pur brave, ma non dotate come lei, di un fisico e di un carattere fuori dalla norma. Era invidiata, corteggiata e odiata, a volte dalle stesse persone. So per certo che, anni prima che si sposasse con papà, Millos l’avesse chiesta in sposa, me lo disse lui stesso un giorno che era in vena di confidenze con il bambino che ero io in Brasile “Sai che avevo chiesto a Lia di sposarmi?” mi disse “ ti sarei piaciuto come padre?” Non risposi, sapevo bene dell’amore di Millos con un danzatore della compagnia, ma giorni dopo chiesi a mamma se era vero. “Sì” mi rispose “ma voleva sposare la danzatrice, non la donna, come avrei potuto? Come avrei potuto sopportare i ragazzi che amava?” Sì, mamma era sincera, già a cinque o sei anni sapevo tutto delle faccende sessuali, nulla mi era nascosto, nulla mi poteva mettere in imbarazzo. Innocenza consapevole la mia. Trovate stravagante che una persona dotata di una moralità così severa con se stessa potesse parlare liberamente di sesso con un figlio neppure adolescente? Che potesse dirmi semplicemente e senza sotterfugi o metafore come funziona tra un uomo e una donna, quali desideri, quali attenzioni ci si può aspettare e chiedere all’amato? Mi raccontava tutto, serenamente, senza pruderie, senza mai scadere in particolari non richiesti che certo mi avrebbero imbarazzato. E così sono cresciuto senza mai preoccuparmi per l’aspetto, senza una sicurezza, un’identità sessuale precisa, mettendomi addosso maglioncini girocollo in cashmere giallo con sopra un altro maglione collo a v di un bel colore viola. Decisamente il modo migliore per non passare inossevati . Poi mi è cresciuta la barba e i bambini in autobus hanno smesso di indicarmi e chiedere al genitore “Papà, ma è un ragazzo o una ragazza?” Ero definitivamente un uomo, anche nell’aspetto. Io l’avevo sempre saputo già quando quasi adolescente assaporavo gli odori dei costumi delle danzatrici, umido del sudore sano e saturo di feromoni di quelle splendide ragazze. Chissà perché non ho mai neppure preso in considerazione di seguire le orme di mamma, e neppure di occuparmi di una delle tante attività collegate alla danza e al teatro, in fondo il senso dello spettacolo mi pervade sempre, quando sto scattando una foto, o preparando un qualunque progetto. Quando l’invisibile sipario si apre adoro essere lì, pronto alla rappresentazione fosse pure stupire i commensali scodellando un fantastico piatto di bucatini. Il perché è evidente, anche questo è spettacolo.

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