Romanzetto

Ah, la puntualità, un vezzo da sarti o, peggio, da impiegati del catasto. Io, per costituzione o forse per manifesta avversione alle forme, ne sono sempre stato immune. Una pigrizia metafisica, ecco. Arrivai in ritardo persino all’appuntamento con la carne, con le ragazzette. Non che mi fossero del tutto indifferenti, le fanciulle, ma la vita, si sa, ha delle priorità assolute: rincorrere miraggi, costruire ponti sul nulla, e in generale, fare un gran baccano, sano e costruttivo s’intende. Le donne, insomma, le tenevo lì, in appendice, come note a piè di pagina, salvo quelle rare e preziose amazzoni che non si perdevano d’animo di fronte alle mie incursioni boschive, alla caccia di chissà cosa, o all’edificazione di improbabili castelli in aria. Quel giorno, però, la Resistenza capitolò. Due amici, con l’insistenza dei predicatori, mi trascinarono a una festa ai Parioli. Il quartiere, per l’appunto, dove il “generone romano” si esibisce in tutto il suo splendore di noia. Un luogo che, per mio conto, potrebbe tranquillamente non esistere. Varcai la soglia di quella casa riccamente anonima e lì, come un fulmine a ciel sereno, o meglio, come un chiodo fisso nella carne viva, la vidi. Alta, scarna, con una cascata di capelli neri e lisci che le sfiorava la vita e due occhi verdi, due smeraldi incastonati in un viso di sospetta perfezione, di quella che si promette e si ritrae. Impossibile ignorarla. Era una calamita, di quelle che non si scelgono ma che ti trascinano. Il mio sguardo, vile e insistente, le tornava addosso, come un maledetto boomerang stortignaccolo. E lei, l’incolpevole predatrice, pur senza un segnale, non poteva non accorgersene di quella mia involontaria e ostinata adorazione. Sentivo la terra tremare, o forse ero io a sprofondare in un pantano. Un incantesimo, ecco cos’era. Ma l’istinto di conservazione, flebile come un sospiro, tentava una resistenza. Poi, il negroni annacquato, complice insospettabile, fece breccia nelle mie ultime difese. La casa era vasta, ma il salone, in fondo, restava una stanza, un labirinto senza via d’uscita. Dal giradischi, la voce roca e plebea di Mick Jagger ripeteva, con una sorta di cinica previsione: «I don’t want you to be no slave I don’t want you to work all day But I want you to be true And I just wanna make love to you». Strano, persino ai Parioli ascoltavano i Rolling Stones. Chi l’avrebbe mai detto. Quella litania rock, però, sembrava volermi dire qualcosa. E io, in quel momento di ebbrezza precoce, avrei voluto essere il suo schiavo, altroché. La mia fantasia, sempre in ritardo, non aveva ancora contemplato il “solo fare l’amore”. Ma il cuore, d’improvviso ribelle, accelerava il suo ritmo monotono, e dal vinile, sempre Jagger, intonava con un presagio inquietante: “Play with fire”. Giocare con il fuoco. Un richiamo irresistibile. Mi scoprii ardimentoso, di un’audacia effimera figlia dell’alcool, e la invitai a ballare. Mi porse languidamente una mano morbida e calda, si alzò con una grazia felina e mi si incollò addosso, ondeggiando come un serpente ipnotico, le braccia strette al mio collo. Le sue unghie lunghe e affilate, puntate sulla mia nuca, si muovevano piano piano con una sapienza e una sottile crudeltà orientale, mentre valanghe di brividi mi percorrevano la schiena. Si stava approfittando spudoratamente della mia inesperienza. Sentivo mancarmi la terra sotto i piedi, il fiato corto, il cuore che batteva all’impazzata. Ero ormai completamente fuori controllo, il suo profumo inebriante, l’odore del suo corpo, del sudore che le incollava la maglietta leggera sul petto e sotto le ascelle, era peggio della peggiore droga. Ero fottuto, “a rota, ma un vago istinto di sopravvivenza mi spingeva a tentare una patetica, quanto inutile, resistenza. Mi imposi di restare impassibile, freddo come un merluzzo. Ma ogni fibra del mio corpo tradiva l’interesse crescente che provavo per lei. Si staccò quel tanto necessario per guardarmi in faccia, fissandomi negli occhi con un sorriso complice, uno sguardo insistente e malizioso che risaliva lentamente dal basso verso l’alto. Uno sguardo di finta sottomissione, una perfida strategia per verificare quanto profondamente avesse piantato l’amo nelle mie carni. Sapeva bene, con l’intuito infallibile del genere femminile, che io, giovane maschio ormonato a mille, non avevo difese, ero assolutamente incapace di sottrarmi al suo fascino insidioso. Le appoggiai timidamente, quasi senza rendermene conto, le labbra sul collo. Avvertii in lei una specie di brivido, un fremito appena percettibile, ma non si sottrasse al mio goffo tentativo di approccio. Non so quanto a lungo durò quella danza silenziosa, forse solo i 134 secondi del brano rock. Poi, la voce stridula della padrona di casa irruppe nella stanza, annunciando l’arrivo della torta e strappandomi bruscamente all’incantesimo. Mi ritrovai al centro del salone, solo, sotto lo sguardo divertito dei miei amici che se la ridevano, indicandomi con un’eloquenza crudele. “Che se ridono sti due,” pensai, con un vago risentimento. Lei, con una noncuranza studiata, si avvicinò al buffet, prese un piattino con una fetta di torta e si mise a parlottare fitto fitto con una tipa esageratamente “pariola”, per poi tornare a fissarmi, a lungo, con un’espressione indecifrabile. “Non ti piacciono i dolci?” disse, rivolta a me con un tono di finta sorpresa. Le sorrisi annuendo, un gesto automatico e privo di significato. Era la prima volta che provavo un’emozione così intensa e perturbante per una ragazza. Mi turbava, certo, ma non riuscivo a trovarla esaltante, anzi. Imprigionava i miei pensieri, la sua immagine ossessiva non mi dava tregua. Non potevo accettare questa improvvisa perdita di controllo. Sgattaiolai fuori, cercando una via di fuga. Mi raggiunse mentre tentavo di mettere in moto il mio sgangherato motorino. Mi baciò dolcemente sulle labbra, un contatto fugace ma denso di promesse. “Abito lì, proprio qui di fronte. Mi chiamo Xenia. Ci vediamo domani?” Xenia, pensai. Come Atena, Circe, Calipso… La rividi, certo che la rividi. Come avrei potuto sopravvivere altrimenti a quell’incontro ravvicinato con la perdizione?


Lascia un commento