Si, cambiare!

Non ho mai cercato di avere un aspetto definito, un’identità certa e un lavoro stabile. L’incertezza è stata la costante dei miei 76 attuali anni. Iniziò con l’incertezza di sopravvivere, nacqui in casa, infatti, con il cordone ombelicale stretto intorno al collo e con la mano destra a impedirgli di stringere ancora più forte. Il braccio piegato, però, era d’impedimento alla mia nascita, e rischiai di restarci secco, ma a dispetto delle aspettative nacqui lo stesso, come probabilmente avete capito. Avevo solo un anno quando mi ritrovai clandestino su un bastimento che traghettava la variopinta troupe del Carosello Napoletano verso le terre del Sudamerica. La mia presenza fu scoperta quando la linea dell’equatore era ormai un ricordo, troppo tardi per un frettoloso sbarco paterno, ma giusto in tempo per una registrazione e un supplemento di tariffa per la mia ingombrante presenza. Qualche primavera più tardi, sedicenne e con l’aria ancora un po’ acerba, sull’autobus che quotidianamente mi scarrozzava verso il liceo Righi, il mio aspetto efebico, condito da un abbigliamento diciamo… creativo, catturò l’attenzione di un pargolo. Questi, dopo avermi scrutato con la serietà di un entomologo, interpellò il genitore con una domanda che risuonò nell’abitacolo: “Papà, ma quello è un maschio o una femmina?” Le risate del pubblico viaggiante mi sfiorarono, ma le liquidai con un alzare di spalle interiore. “E che sarà mai?”, pensai, con la filosofia spicciola di chi non ha ancora imparato a mentire a se stesso. “Io sono io, e tanto basta per il momento”. Eppure, quell’ambiguità mi gonfiava di un certo orgoglio. Mi piaceva giocarci, esaltarla con accostamenti cromatici arditi: un maglioncino giallo canarino a collo alto, sovrapposto a uno viola con scollo a V, il tutto guarnito da braccialetti e scarponcini robusti. Quando un’insegnante, forse suggestionata dalla mia fluente chioma, prese a nominarmi “signorina Blasi”, iniziai a domare il ciuffo ribelle con una forcina a forma di margherita durante le ore di lezione. L’imperativo era distinguermi dalla massa studentesca, a quel tempo tristemente uniforme. In fondo, quella mia eccentricità mi calzava a pennello, un piccolo vanto che accendeva la curiosità delle fanciulle e l’ostilità dei coetanei maschi. Io, comunque, mantenevo una distanza siderale dagli altri. Mai parte di una combriccola, di un giro di frequentazioni assidue, mai un caffè con i compagni dopo la campanella, figuriamoci una rimpatriata. Posso giurare sull’oggetto a me più caro che li ricordo nitidamente tutti, che a molti di loro voglio ancora bene, e che la notizia della loro esistenza e del loro benessere mi appaga. Ma l’idea di un incontro… ecco, non se ne parla. Non ne colgo la necessità, non ho alcuna voglia di specchiarmi nei loro volti segnati dal tempo, di confrontare le loro esistenze con la mia, scoprire le loro vite e le mie. Mi capitò, tanti anni fa, di incontrare casualmente su una spiaggia a Tor San Lorenzo una compagna di liceo, Paola, la bella della IV F e forse anche la più bella del Castelnuovo su cui tutti, ma proprio tutti, avevamo posato gli occhi ammirandola. Aveva la pelle diafana, i lunghi capelli biondi e forme sinuose. Nessuno di noi fu mai ricambiato, nemmeno  di uno sguardo. Vederla lì, la bella liceale Paola dei tempi che furono, accasciata sotto un ombrellone, accaldata e con una mandria di bimbi urlanti intorno, di cui almeno un paio probabilmente figli suoi, una qualunque signora come tante, e incredibilmente soddisfatta mi inquietò. Ebbi paura della metamorfosi e ripresi con maggior convinzione a cambiare mestiere, a non rispettare le mode del momento, le formalità nel vestire, fino ad arrivare ad indossare da ottobre ad aprile una tuta nera militare, piena di grosse tasche e in inverno assai comoda e calda. La indossavo ogni giorno, sempre, sia nelle occasioni ludiche, che in quelle dove magari avrebbero preferito vedermi abbigliato in modo più consono alla circostanza. Guadagnai anche un bel complimento da un dirigente di una importante organizzazione romana, con cui stavo da mesi collaborando ad una campagna: “ Blasi, qui arrivano in tanti, tutti elegantemente vestiti, con al polso orologi da decine di milioni (di lire, ovviamente) e grossi macchinoni da custodire con cura in garage… Sbruffoni che prima o poi si rivelano quasi sempre per quello che sono: delle sòle, mentre lei…si, lei con questa tuta nera… insomma l’abito non fa il monaco, è evidente”.
La tuta nera? L’ho messa in un armadio già da prima del Covid, cosa posso farci, sono fatto così, mi terrorizza l’idea di essere sempre uguale a me stesso, fare lo stesso lavoro, non cambiare mai. Eppure un dubbio mi viene, non sarà che alla fine questo cambiare continuamente è come non cambiare mai e che tutta questa smania di cambiare… ma che noia.

“Non c’è nulla di più certo che l’incertezza e il cambiamento” J.F.Kennedy

One thought on “Si, cambiare!

Scrivi una risposta a Eduardo Marotti Cancella risposta