L’Age D’or

Da Mario’s a Trastevere

Gli anni che nella comune retorica giovanile venivano pomposamente definiti il nostro age d’or, stavano per implodere. L’unico vero dramma esistenziale era la matematica (e, soprattutto, chi la propinava), ma già si profilava all’orizzonte quel momento insidioso in cui la vita sociale, come un motore sgangherato, inizia a prendere una velocità inattesa e, spesso, immotivata. Ogni pretesto diventava, per noi, un evento “da non perdere”: che si trattasse di una festa di adolescenti alla FAO, un’occasione mondana di dubbia attrattiva, o dei concerti scalcinati al teen club annidato sotto la chiesa St. Paul’s, un antro di musica presumibilmente moderna. E poi, immancabilmente, le incursioni nelle scuole internazionali, territori di caccia esotica, o le imbucate seriali a feste private, spesso in case di perfetti sconosciuti, con la sfrontatezza tipica di chi non ha nulla da perdere. Eppure, nonostante questa febbrile e futile attività sociale, trovavamo sempre il tempo, con una dedizione quasi religiosa, per indignarci, scendere in piazza con cartelli sgrammaticati e abbracciare cause che, nella nostra miope prospettiva giovanile, ci apparivano sacrosante. Sì, eravamo giovani e, presumibilmente, idealisti. E Roma, in quella nostra bolla egocentrica, era il centro del mondo. Almeno così ci pareva quando ci accampavamo sui gradini di Piazza di Spagna, crocevia di giovani squattrinati provenienti da ogni angolo del globo. Lì, tra strimpellate di chitarre stonanti e canzonette in voga, stringevamo amicizie effimere, destinate a dissolversi al primo accenno di mal di stomaco. Perché poi, puntualmente, a una certa ora, la pancia, con la sua prosaica pretesa di nutrimento, ci richiamava all’ordine. E allora, quei giramondo con le tasche bucate e noi con la misera paghetta familiare, non potevamo che ripiegare sulle pizzerie. Tante, tutte rigorosamente “alla romana”, ma nessuna davvero memorabile, se non per il conto finale. Con gli amici di sempre e quelli appena conosciuti, magari dopo una serata trascorsa tra le luci stroboscopiche del teen club o le fumose atmosfere del Falcone, finivamo invariabilmente per chiudere la serata in una pizzeria. Spesso da Ricci, in un vicolo cieco adiacente alla caotica via Nazionale. Un posto, a dire il vero, poco romano, con un arredamento austero di boiseries che evocavano le nebbie piemontesi. Eppure, incredibilmente, sapevano confezionare i migliori crostini burro e alici della città, serviti, con un tocco di esotismo locale, sulla romanissima “ciriola”. Altre volte, la miseria ci spingeva verso lidi più economici, tipo “l’obitorio” (così battezzato per via dei suoi gelidi tavolini di marmo), un locale immenso, assordante e perennemente affollato. Lì, tra supplì untuosi, filetti di baccalà dalla dubbia freschezza, puntarelle amare, fagioli dalla consistenza indefinibile, una pizza margherita dimenticabile e un vinaccio annacquato con gazzosa a mo’ di digestivo, riuscivamo a concludere la serata con l’intima certezza di rimandare la digestione di tutta quella roba al giorno successivo. Ma a volte dovevamo cedere alle insistenze dei nostri amici cosmopoliti che, forti delle segnalazioni delle loro guide per viaggiatori a budget zero, ci trascinavano a Trastevere, da Mario’s. Una trattoriola in vicolo del Moro, citata su tutte le guide dell’epoca come “extremely cheap”, e lo era davvero, fin troppo. Del menù ricordo poco, ma con chirurgica precisione il prezzo del primo piatto: pasta 100 lire, con il sugo rosso 120 lire, con il sugo rosso e il formaggio 150 lire. Il resto del cibo non merita menzione, ma era sicuramente adeguato al prezzo stracciato. Come inarrivabile (e imbevibile) ricordo il solito vinaccio bianco dei Castelli Romani, un nettare di Bacco talmente acre da far rimpiangere persino quello delle famigerate “fraschette” di Ariccia. Avevamo altre alternative? Solo altre pizzerie: il Leoncino, Baffetto, Corallo, il Buchetto a via Flaminia, Ivo a Trastevere e poi, la Nuovo Mondo a Testaccio, e da Remo, sempre a Testaccio. Non so come, forse per un istinto di sopravvivenza gastrica, avevo rimosso il “Filettaro di Santa Barbara”, nella piazzetta omonima. Lì, il classico vino dei Castelli serviva da digestivo (immancabilmente allungato con la gazzosa) per riuscire a mandar giù e digerire un intero piatto di filetti di baccalà, unti e indigesti come pochi, con il “leggero” contorno delle classiche puntarelle aglio e acciughe, un attentato alla flora intestinale. Sul finire di quegli anni “belli”, e con una maggiore disponibilità economica che iniziava a farsi timidamente sentire, scoprimmo che Roma offriva anche altro: i classici “buijaccari”, trattorie dove la cucina romana, abbondante e fatta con una certa maestria popolare, la faceva da padrona. E giù a scorrazzare tra amatriciane veraci e gricie sapide, tra carbonare cremose e cacio e pepe robusti, disquisendo animatamente su quale fosse la vera custode della tradizione, se il Grappolo d’Oro con la sua atmosfera da osteria d’altri tempi o i tanti Grottino sparsi per la città, o addirittura Augustarello a Piazza de Renzi, con la sua clientela pittoresca. “Sì, ma vuoi mettere la carbonara di Edmondo?”, sentenziava qualcuno con un’aria da intenditore. Alcune volte, con una consapevolezza gastronomica crescente, finivamo in un vino e cucina, persino privo di insegna, in via dei Banchi Nuovi. Lì, il sor Alfredo e la sora Ada, sua moglie, preparavano pochi piatti, un paio di primi e, di solito, uno stufato in bianco di carne e patate, oppure, d’estate, il pollo con i peperoni. Roba classica romana, rustica ma fatta con mestiere, e accompagnata da un vino, sempre rigorosamente bianco, ma onesto e potabile, addirittura buono, quello che producevano loro a Frascati. Ma le vere specialità, secondo il parere autorevole dell’amico Filippo Bianchi, un fiorentino espatriato, erano la trippa (ottima persino per un palato esigente come il suo) e gli involtini, che a volte, chissà poi perché, battezzavamo “messicani”. Il vino, eravamo entrambi d’accordo, era effettivamente bevibile. E se capitavi la sera tardi, quando ormai ne era scorso parecchio, origliando i discorsi sconclusionati dei vecchi avvinazzati ai tavoli vicini, potevi raccogliere “testimonianze inconfutabili” su dischi volanti e marziani (non certo quelli di Flaiano, però, la loro prosa era decisamente meno surreale). Non stupitevi, quindi, se adesso confesso che in certi umidi pomeriggi invernali preferivo di gran lunga il silenzio ovattato di una celebre sala da tè, con la sua atmosfera un po’ lugubre da arsenico e vecchi merletti. Un luogo costoso ma adorabile, dove, divorando dolci squisiti e sorseggiando tè favolosi, mi rilassavo leggendo, anche per indispettire la clientela anglofona, Le Monde, quello che allora ritenevo fosse il più autorevole quotidiano francese. Sì, sto parlando del Babington’s tea room, un’istituzione fondata nel lontano 1893 da due signorine inglesi che, forse, avrebbero preferito sentirsi un po’ più in un cottage dello Yorkshire che non nel cuore caotico di Roma, a Piazza di Spagna. Interruppi bruscamente questa abitudine, che da occasionale era diventata periodica e irrinunciabile, solo quando Cristina, mia moglie, entrò in crisi per i chili che stavano inesorabilmente accumulandosi sui suoi fianchi. Sì, effettivamente, gli scones caldi, generosamente imburrati e spalmati di marmellata di fragole e panna fresca montata, dopo le uova in camicia con pomodori, funghi alla griglia e salmone affumicato (superbi, a dire il vero), seguiti dai troppi Babington’s special BLT con bacon irlandese croccante, lattuga e pomodoro, non sembravano proprio rappresentare la dieta raccomandata da Weight Watchers. Dovevo scegliere: o rinunciare a quegli incantevoli pomeriggi intrisi di decadenza british, oppure rassegnarmi all’idea di una Cristina extralarge. Scelsi, con un sospiro di rassegnazione, la moglie smilza.

La malinconia del tè perduto, però, mi accompagna ancora oggi.

2 pensieri riguardo “L’Age D’or

  1. fa sempre effetto leggere di luoghi e situazioni che si sono condivise senza venire in contatto e conoscendosi anni dopo. L’obitorio, lo chiamavamo tutti così. E Mario’s… ci ho mangiato non so quante volte. Un benefattore? Certo non è diventato ricco. Anch’io ricordo quei prezzi. Un posto incredibile. I romani della nostra generazione lo conoscevano tutti.

    Bertie

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