San Michele aveva un gallo, mentre noi…

Ero giovane, naturalmente. L’anno di grazia 1971, o forse l’anno di disgrazia, dipende dai punti di vista. Un’età la mia in cui l’energia, come l’idiozia, abbondava e i tempi morti, le attese, mi parevano le più insidiose tra le malattie esistenziali. Così, quando Gito Battistrada, lo zio di mia moglie Cristina, mi propose di infilarmi nel nuovo film dei Fratelli Taviani, “San Michele aveva un gallo”, ne fui colto da un entusiasmo vero, che, come ho imparato dopo, sconfina sempre nella leggerezza. Non era tanto per l’aspetto squisitamente politico della faccenda, si sa, i Taviani erano l’ala sinistra istituzionale, quella paludata, seria, con la serietà di chi ha già capito tutto e, peggio ancora, non se ne meraviglia più. Io, invece, mi sentivo idealmente tra i “compagni che sbagliano”, una categoria più intrigante, più incline al fallimento magnifico. E il film in questione, ricalcando le disavventure di un certo Meženetskij, si ostinava proprio su queste “differenze”, su sfumature ideologiche che, in fondo, interessavano solo chi le aveva inventate. Ma certo, non era un film da cinepanettone, e questo già bastava a renderlo meritevole. Così, mi ci catapultai dentro, come un marziano in un deserto di logica. Accettai l’incarico, altisonante, di Ispettore di produzione. Una carica che in teoria prevedeva un esercito di subalterni, ma che nella pratica, e nella miseria del budget, si traduceva in una gloriosa solitudine. Niente runner, e neppure il segretario, non c’erano i soldi, il budget, quindi, mi attrezzai io, volontariamente, a coprire tutti questi ruoli mancanti, ma in fondo necessari. E così, al di là dell’incarico “prestigioso” – che di prestigio aveva solo il nome – armato di una certa dose di follia, mi attrezzai a coprire tutti quei ruoli che, per un oscuro disegno del destino, nessuno aveva previsto. I soldi, poi, erano davvero pochini, quasi un vezzo, un pretesto per dimostrare che l’arte, quella vera, si fa con l’ingegno e non con il denaro. Serviva una colonna sonora guida e, cosa ancora più cruciale, le foto di scena, indispensabili per la gloria futura del film. E lì, in un lampo di genio che combinava ingenuità e necessità, ebbi l’illuminazione: avrei fatto il fonico durante le riprese e poi, al sacro “stop” del regista, mi sarei trasformato in fotografo. Quanto ai ruoli di produzione, bastava un po’ di “organizzazione preventiva”, una frase che, come tutte le frasi fatte, nascondeva un abisso di improvvisazione. Pochi giorni dopo l’inizio di questa preparazione eroica, un evento degno di una commedia degli equivoci interruppe il mio slancio. Proprio davanti all’Ager Film, con me comodamente seduto sul cofano della macchina – un gesto di fiducia nel prossimo che l’Italia degli anni ’70 non meritava – mi fregarono le due fotocamere Nikon 35 mm e la Hasselblad 500c, con tutto il corredo ottiche. Le avevo lasciate sul sedile posteriore, in due borse, con la noncuranza di chi crede che il mondo sia ancora un posto onesto. E il bello, o il tragico, era che non le avevo ancora finite di pagare. Senza un soldo, o quasi, mi dovetti accontentare di ripiegare su una Zenza Bronica, per il colore, e due Zenith 35 mm della Foto Ottica Sovietica, per il bianco e nero. Risi, a dispetto di tutto, tra me e me, pensando a quella bizzarra congiunzione astrale: lavorare per un film che strizzava l’occhio al PCI con fotocamere sovietiche, ottiche a preselezione, insomma, roba davvero basic. Tecnologia autarchica. Molto, troppo autarchica. L’inizio fu quasi comico, come ogni tragedia italiana che si rispetti. Caricammo tutto, costumi, attrezzature tecniche, persino un gruppo elettrogeno, su un pulmino Volkswagen rimediato in prestito. Io e Roberto Aristarco, sì, proprio il figlio del critico marxista, ci mettemmo al volante, destinazione Venezia. Compagni di viaggio: uno stereo, una cassetta dei Led Zeppelin che prometteva un inferno sonoro, e una bottiglia di vodka Zubrowka, quella con il filo d’erba, come a dire che persino l’alcool aveva un’anima vegetale. Ma il pulmino era troppo carico. Troppo. Arrivammo al casello autostradale di Fiano, una specie di confine tra la civiltà e l’ignoto, e scoppiò la prima ruota. Sostituita con la prontezza di chi ha già fatto il conto con la sfortuna. Pochi chilometri dopo, all’altezza di Chiusi, al distributore, esplose la seconda. Poi la terza. E infine, la quarta. Ogni cento, o poco più, chilometri, una gomma e una sorsata di vodka. Fu un viaggio lunghissimo, un’epopea del disastro, e costosissimo. Arrivammo quarantotto ore dopo, con tutti i pezzi dei Led Zeppelin II ormai impressi a memoria, un inno al rock e alla resilienza. Tonino Paoletti, il direttore di produzione, temendo il peggio, aveva già mobilitato ospedali, polizia, carabinieri, una sorta di catena di Sant’Antonio del soccorso. Il nostro arrivo fu una festa, neanche fossimo sopravvissuti a un naufragio o a una guerra. E naturalmente, la vodka era finita. Come ogni buona storia che si rispetti, finisce sempre con la fine di qualcosa.

2 pensieri riguardo “San Michele aveva un gallo, mentre noi…

  1. San Michele aveva un gallo, un pezzo di vita. Zio Gito ( Battistrada) direttore di produzione, Vittoria (Garlanda), mia cugina, recitava nella parte della bambina perfida, mio padre, Marco Valerio (Ambrosini) il generico. Non riusciva a dire le battute, quindi, alla fine, decisero di farlo contare. 1 2 3 4, 5678. 1 2 3 4, 5 6 7 8. Che risate. Mio cognato, Enrico (Blasi) andava e veniva tutto il giorno come una trottola. I fratelli Taviani erano un mito e Lina (Nerli Taviani), costumista del film e moglie di Paolo (Taviani) era bella e di una gentilezza estrema. Tonino Paoletti, ispettore di produzione, era come un cugino per noi e faceva parte della nostra magnifica famiglia. Insomma era una gran bella truppa ma forse sarebbe meglio dire troupe. Non posso non citare Giulio Brogi, eravamo tutte innamorate di questo attore della vecchia scuola. Rigore e sciabordamento. Sempre nel mio cuore ❤

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  2. Io il film lo vidi in un’aula del Dams a Bologna assieme a Lucio Dalla che aveva fatto coi Taviani qualche anno prima “I Sovversivi”. Ricordo che mi piacque tantissimo. Ho conosciuto Lucio che lui aveva 24 anni e uno o due anni dopo divenni non solo suo amico ma collaboratore. Anni mitici, in giro per circoli Arci, fabbriche occupate, teatrini ma anche discoteche (a fare delle “rapine”, come diceva Lucio)… Mi fece conoscere lui Pupi Avati, col quale aveva suonato il jazz. C’è un video musicale di Lucio che girai e illuminai io (un lavoro bruttino per la verità, girato con una telecamera giapponese e un videoregistratore da un pollice che sembrava una vasca da bagno, visto oggi pare un vhs..). La canzone era “Caruso” e girammo nella stanza d’albergo di Sorrento dove l’aveva scritta poco tempo prima essendosi dovuto fermare da quelle parti per via di un guasto della sua barca che si chiamava “Catarro”. Oggi su Youtube quel video ha 37 milioni di visualizzazioni. In crescita. E’ incredibile. Lucio è una persona che mi manca molto e tu hai lavorato in un film molto importante…

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