
Che anni quegli anni Sessanta! Un’epoca che non so bene se ricordo davvero o se me la sono solo raccontata così tante volte che ormai è un’ombra familiare. Nei fantastici sessanta, d’estate, quello era il posto. Non un periodo, ma un luogo con confini precisi: il Circeo. Due mesi interi. Luglio. Agosto. Come se il tempo si fosse fermato lì, in quel punto esatto della costa, e noi con lui. Il porto che stavano costruendo… lo vedevo quasi ogni giorno. Non capivo cosa sarebbe diventato, ma mi piaceva l’idea di qualcosa che nasceva, anche se era solo cemento e gru. Andavo a pesca subacquea. Tra il molo non ancora finito – come una frase sospesa – e la Grotta delle Capre. Un nome buffo, se ci pensi. Le capre… sotto il mare. Era un fondale serio, pieno di pesci, una meraviglia. E sotto la villa della Magnani, una signora che già allora era una leggenda, la scogliera cadeva a picco. Lì, in pochi metri d’acqua, nelle spaccature della roccia, fessure verticali che sparivano nel blu del fondale, io trovavo sempre i saraghi belli grossi e le spigole che si nascondevano nello scuro, come se avessero paura della luce. Io la conoscevo, quella costa, palmo a palmo, ogni pertugio, ogni sasso dove si poteva nascondere un pesce. E quasi sempre tornavo a casa con una bella pescata, e il polpo non mancava mai. Eh, papà lo adorava, il polpo! Era un buongustaio alla vecchia maniera. E io, per fargli un piacere, ogni volta cercavo di prenderne almeno due. Mamma, poverina, il polpo le faceva orrore, lo vedeva e le veniva il vomito. Però, devo dire, lo cucinava discretamente bene, una vera artista, nonostante tutto lo schifo. Quel giorno la pesca era stata abbondante e di polpi ne avevo già tre, ma rientrando a nuoto lontano dalla scogliera su un fondale di quattro, cinque metri, notai un bel polpo, non particolarmente grosso, ma neppure piccolissimo. Una buona preda. Mi immersi subito, l’istinto del cacciatore si era risvegliato, ma arrivato vicino alla tana il polpo si ritirò, continuando a scrutarmi da dentro con un suo occhio da gatto. Non so perché ma non cercai di prenderlo, mi incuriosì forse il suo atteggiamento, la sua percepibile curiosità. Mi sono immerso subito, l’istinto del cacciatore si era risvegliato prepotente. Ma quando sono arrivato vicino alla tana, il polpo si è ritirato, continuando a guardarmi da dentro con un suo occhio da gatto. Non lo so perché, ma non ho cercato di prenderlo. Forse mi aveva incuriosito il suo atteggiamento, la curiosità che si leggeva in quegli occhi.
Mi ricordo che avevo letto, tempo fa, dell’intelligenza dei polpi, della loro abilità e della capacità incredibile di aprire un barattolo per mangiarsi un gamberetto chiuso là dentro. L’avevo letto su una rivista, una ricerca seria, pure se era scritta in maniera semplice per farla capire a tutti. Però, per me che avevo quindici anni, era una cosa assai interessante. L’aveva pubblicata un ricercatore di un’università americana, e io, perché non ci dovevo credere? Decisi lì per lì di testare anch’io le capacità del polpo, ma anche di verificare di persona la veridicità della ricerca. Presi dal fondo un riccio, lo ruppi con il coltello subacqueo e lo offrii al nostro polpo, che però diffidò del regalo, ritirandosi rapidamente all’interno della tana. Riemersi, ero senza fiato e stanco, avevo le mani bianche e rugose dalla lunga permanenza in acqua, ma la curiosità di vedere cosa sarebbe successo, se la mia offerta sarebbe stata gradita, mi trattenne sul posto. L’attesa durò poco, il riccio era per lui una tentazione troppo appetitosa, e un tentacolo piano piano arrivò al riccio, lo prese e lo trascinò nella tana. Quell’estate andai quasi ogni giorno a trovare il mio curioso amico, offrendogli parte di un pesce, una cozza oppure un altro riccio. Lui ben presto prese a comportarsi come un gatto, un cane, un comune animale domestico, divenne sempre più confidente giorno dopo giorno, arrivando addirittura a venirmi incontro quando arrivavo nelle prossimità della sua tana. Presto prese addirittura a venirmi addosso, direi festoso, proprio come un gatto. A volte provai ad accarezzarlo, e anche se dubitavo che ne provasse piacere, quando lo toccavo rabbrividiva e cambiava colore, ma senza mai diventare bianco, che è il colore della paura e della minaccia. A settembre, dopo le prime piogge, dovevamo ritornare a Roma, le vacanze erano finite, salutai il polpo per l’ultima volta, con un intero pesce, un’offerta di cibo per lui notevole. Mi ripromisi quel giorno di non prendere più polpi, come avrei potuto dopo quanto era successo? Tenni la promessa per decenni senza alcuno sforzo, naturalmente.
Questa la conoscevo! 🙂
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e come è possibile? dove, come?
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Mi spieghi, cortesemente, come facevi a conoscerla? ci conosciamo forse?
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Ricordi Marco BUTICCHI??? Era più giovane di noi e frequentava Vigna Stelluti… è diventato scrittore di grande successo, ha scritto romanzi a milioni di copie…figlio di BUTICCHI presidente MILAN….se ti piace scrivere…fallo!
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“fallo” nel senso calcistico?
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