
Ah, Paolo. Un esemplare da manuale di quella diaspora tutta italiana che sparge germi di sicilianità persino tra le nebbie pauliste. Nato a Portogruaro, ma siculo fin nel midollo, come a dire che il luogo di nascita è un dettaglio trascurabile di fronte al DNA atavico del Sud. Un artista, si diceva. Definizione sempre vaga, come un abito troppo largo che può vestire chiunque e nessuno. Come sia nata la sua frequentazione in quella São Paulo popolata dalle grazie del Corpo di Ballo del IV Centenario, resta avvolto in una nebbia di probabilità. Mamma era coreografa, e il suo corpo di ballo era un fertile vivaio di fanciulle leggiadre. Tre o quattro di loro, almeno, caddero nella sua rete. E dire che non era un Adone, anzi. Neppure un Creso, dilapidava con la noncuranza di chi sa che il denaro è un’illusione passeggera. Però, aveva quella dote rara e indefinibile: la simpatia. Unita a un’insolenza guascona che, chissà, per alcune doveva avere il sapore proibito di una caramella rubata. Sex appeal? Forse un’alchimia di intelligenza spigolosa, lampi di genialità intermittente e quella sfrontatezza che scambiava la vita per un palcoscenico personale. Altrimenti, con quali altri sortilegi avrebbe collezionato conquiste, amori brevi e rancori tenaci, lasciando dietro di sé una scia di donne che lo amavano e lo detestavano in egual misura e con la stessa intensità?
Un anno prima della fine, una banale polmonite ospedaliera che si accanì su un corpo già minato dall’enfisema e altre amenità, mi invitò in Umbria. Trovai un paesaggio bucolico e lui, sorprendentemente in forma, in compagnia di una signora che non rientrava nel suo consueto campionario. Sorriso sardonico immutabile, whisky in una mano, sigaretta nell’altra, troneggiava sul bracciolo di una poltrona con la noncuranza di un gatto persiano. “Finché c’è lingua c’è speranza”, sentenziò allegro. Un motto che racchiudeva la sua filosofia spicciola e tenace. Mi tornò alla mente un incontro casuale a Roma, primi anni Settanta, forse ’74 o ’75. Via del Boschetto, stavo per rifugiarmi da Alfiero, una trattoria toscana inghiottita dal tempo, quando me lo vidi davanti. Quindici anni svaniti in una stretta di mano. “Ma cosa fai a Roma? Ti credevo a São Paulo…”. La sua risposta fu lapidaria: “Sono tornato. In Brasile non c’è futuro”. Lo ripeté più volte, con la convinzione di un profeta disilluso. Era fuggito. Forse dalla moglie, forse era stata lei a fuggire da lui. Poco importava. Era un concentrato di energia distruttiva, un vulcano di progetti effimeri, capace di inseguire l’ultima folle idea con la tenacia di un segugio, abbandonando tutto il resto con la leggerezza di una piuma. Era fuggito portando con sé le due figlie, conosciute bambine sotto il sole brasiliano e ritrovate ragazze tra le brume romane. Una storia dolorosa che preferii non indagare. Volevo bene a lui, volevo bene a loro, ma i loro rapporti erano un campo minato in cui era saggio non avventurarsi. Eppure, iniziammo a frequentarci. Organizzavamo feste memorabili, dove l’alcool scorreva come un fiume in piena e la musica stordiva più del whisky. Nel nostro reciproco caos, riuscimmo persino a imbastire qualche velleitario progetto: un’attività di complementi d’arredo con un magnifico laboratorio-showroom in via Baccina, e un’agenzia fotogiornalistica popolata da figure improbabili. Tutto, naturalmente, senza portare a casa una lira. Erano solo pretesti per sentirsi vivi, per far circolare le idee (e il sangue), per collezionare nuove, effimere conoscenze.
Poi, un giorno grigio, Paolo iniziò a borbottare frasi sconnesse in siciliano. Gli occhi vitrei, lo sguardo perso, i movimenti scoordinati. Un’ischemia. Lo ricoverarono in una clinica anonima a lato del Gemelli, la Columbus. Volli vegliarlo di notte, una mia necessità più che una sua richiesta. Nel silenzio ovattato della stanza, si alzò di scatto, urlando in un dialetto incomprensibile. Un altro attacco, più violento del precedente. Non riuscivo a tenerlo fermo, chiamai aiuto. Medici e infermieri lo immobilizzarono, la crisi svanì. Quella notte mi giocai qualche anno di vita, un’esperienza più sfibrante di una mia personale sciagura. Al mattino ero esausto, le braccia mi tremavano. Lui, incredibilmente, ne uscì indenne. L’erba cattiva, si sa…E tutto ricominciò come prima. Le sigarette che bruciavano l’aria, il whisky che scaldava la gola, le donne che tornavano a gravitare attorno al suo carisma sgangherato, un inno beffardo alla resilienza di un’anima indomita, un’eco cinica di una speranza che non si spegne mai del tutto, nemmeno di fronte all’evidenza del disastro imminente. “Finché c’è…”
A proposito di sex appeal, ti vengono in mente alcune attrici che ne hanno in abbondanza?
"Mi piace""Mi piace"
certo, ma non solo attrici.
"Mi piace""Mi piace"
A chi stai pensando?
"Mi piace""Mi piace"
a tante donne conosciute, ma sconosciute alla fama
"Mi piace""Mi piace"
Lei invece è conosciuta, ed è di una bellezza sconvolgente: https://wwayne.wordpress.com/2020/02/10/provaci-ancora-margot/. La riconosci?
"Mi piace""Mi piace"
Si è bella, ma bellezza e sex appeal non convivono sempre nella stessa persona
"Mi piace""Mi piace"
Questo è vero. Grazie per la risposta! 🙂
"Mi piace""Mi piace"
presto pubblicherò una storia con protagonista una donna con sex appeal e foto di lei
"Mi piace""Mi piace"
Bravo, le foto con le tette di fuori riscuotono sempre un grande successo qui su WordPress! 🙂
"Mi piace""Mi piace"