
Arrivai a Cavallò che era notte. L’isola mi accolse come si accoglie il cadavere putrido di un soldato della Semeillante. Unica differenza, ma non da poco: non ero reduce da un naufragio, ma solo pesantemente febbricitante. Conoscevo già quell’isola, appena un puntino nell’azzurro indifferente del mare e dove il tempo, si diceva, aveva smarrito l’orologio. Lì, per una di quelle strambe necessità che solo il cinema sa inventare, avevamo edificato un bunker. Un simulacro in cemento, s’intende, che fungeva da buen retiro per Giorgio (Marcello Mastroianni), un artista, un fumettista di mezza età, che si accompagnava con un cane di nome Melampo e aveva come altra sola compagnia la propensione a pescare e a tracciare nuvole di fumo sui fogli bianchi. Poi, come ogni idillio che si rispetti, irruppe il caos, sotto l’aspetto di uno yacht, da cui sbarcò Liza, alias Catherine Deneuve, con le sue valige di Luis Vuitton, i cappellini e le velette. E nulla fu più come prima. Marco Ferreri, un uomo che aveva il dono di affibbiare etichette con la precisione di un chirurgo estetico, mi aveva battezzato “agonia”. Questo per via di quella febbre da cavallo che mi colse, quasi per un capriccio del destino, il primo giorno di riprese. I francesi, con la loro inossidabile eleganza nel dileggio, optarono per “catastrofe”. “Catastrofe Deux Chevaux”, per essere precisi. La mia 2 CV, un rottame comprato per quattro soldi da un vecchio pescatore di Bonifacio, era un’ode al disordine: ami arrugginiti, lenze, lische e mozziconi di Gitanes. Un profumo inconfondibile di pesce e di tabacco rancido, che trasportammo sull’isola con un mezzo da sbarco, relitto di chissà quale conflitto, utile ancora per traghettare il superfluo e l’ingombrante, e per riportare in Corsica i residui di un’esistenza effimera. Un acquisto necessario, dato che la Land Rover, altro cimelio bellico, era insufficiente per la nostra tribù di attori e tecnici. Vivevamo in una costellazione di bassi edifici, confortevoli all’apparenza, distribuiti lungo un lato dell’isola, in prossimità di “Chez Les Pêcheurs”, il nostro epicentro gastronomico per colazioni, pranzi e cene. A meno che non si preferisse l’esotismo di Mai Lin Pan, la cui cucina vietnamita era, si mormorava, la migliore di Parigi. All’altro capo dell’isola, un ristoro più spartano deliziava la manodopera algerina con un couscous eccellente, di cui Ferreri si era perdutamente innamorato. Fu a “Les Pêcheurs” che incontrai Chantal. Chantal Rabanit, una creatura luminosa de l’Île de Ré, giunta al seguito del marito, un pittore incaricato di estrarre dall’isola ispirazioni e colori. Chantal era un turbine: esagerata, esuberante, capace di danzare scalza sui tavoli imbanditi, tra piatti sporchi, posate e bicchieri, quando lo champagne iniziava a scorrere a fiumi. La immortalai, una serie di scatti sullo sfondo di un muro in pietra, a bordo mare, vestita solo di collane di conchiglie… Immagini che Ferreri definì “ottime”. “Più sono belle e più…” borbottò, con quell’aforisma troncato che era la sua cifra. Chantal era bella. Così bella da perderci la testa. E io, onestamente, la persi. L’isola non era solo una pista di atterraggio e un bunker farlocco, vantava anche un bimotore e un ex pilota militare francese, cui devo il mio nomignolo, “catastrofe”. Sì, lui, che era solito volteggiare nel cielo con l’eleganza di un gabbiano impazzito, tremava al pensiero di salire sulla mia 2 CV, lanciata a tavoletta sulle strade impervie e pietrose che conducevano all’aeroporto. Ma le valigie, si sa, sono pesanti e poi… non camminano da sole. La sua vendetta, sottile e al tempo stesso fragorosa, arrivò il giorno in cui toccò a lui riportarmi in Corsica. Un decollo radente, quasi a sfiorare le rocce, poi un volo rovesciato sull’isola, tra le risate della troupe, a filo d’onda, per riprendere quota solo in vista della costa. Ebbi paura, naturalmente, ma non la mostrai. Per ostinazione, per tigna diciamo a Roma, per negargli la sia pur minima soddisfazione. E lui si infuriò. Parecchio.

Chantal