
Avevo solo dodici anni la prima volta che presi “in prestito” una macchina fotografica. Ah, già, la fotografia… Un’arte leggera, un pretesto come un altro per guardare il mondo con una certa qual distratta attenzione. Diceva Robert Capa, con quella sua aria da guascone ungherese, che se la foto non è buona, c’è un solo motivo: non si era abbastanza vicini. Ma vicino a cosa, esattamente? Al soggetto, certo, ma forse anche al cuore delle cose, a quel battito segreto che anima la realtà e che la maggior parte di noi si ostina a ignorare. Io, per esempio, la prima volta che imbracciai una macchina fotografica, avevo quell’età acerba in cui si comincia a dubitare delle favole ma non ancora delle proprie bugie. Era il 1960, un’epoca in cui l’Italia si illudeva di inseguire un benessere che le stava già sfuggendo, come sabbia asciutta, tra le mani. Abitavamo allora dietro Piazza Navona, in quella sporca ma nobile e pittoresca via della Vetrina, un nome che già allora mi sembrava una malinconica promessa di trasparenza. Eravamo da poco rientrati dal Brasile, un ritorno infelice e dorato che mi aveva comunque lasciato in bocca un certo sapore, un’infinita saudade e una vaga difficoltà con la lingua di Dante. Non frequentavo coetanei, preferendo la compagnia silenziosa dei volumi polverosi della biblioteca dell’Ambasciata brasiliana. Lì, tra libri di psicanalisi e romanzi crepuscolari, mi illudevo di colmare quel vuoto interiore di cui solo l’infanzia dispone con così tanta generosità. Quando la lettura si faceva troppo cupa e opprimente, uscivo e vagavo in giro, per le strade del centro, un flâneur ante litteram con le scarpe ancora troppo nuove per l’antico basolato romano. E poi c’era il Tevere, quel fiume pigro e pensieroso che mi sembrava trascinasse con sé secoli di storie. Lì, armato di una delle due Leica che mio padre – uomo di gusti raffinati e distrazioni costose – conservava nel suo scrittoio, mi improvvisavo piccolo demiurgo di immagini.
Era una Leica IIIF, un oggetto di culto per gli intenditori e non una semplice macchina fotografica, bensì uno strumento di precisione, un’estensione dell’occhio, la stessa compagna di avventure di un certo Cartier-Bresson, un nome che allora mi diceva poco ma che ora risuona come un diapason. La Leica, con le sue ghiere metalliche, lo scatto secco e deciso, il peso rassicurante: ogni dettaglio era un invito a decifrare il mondo attraverso un rettangolo di vetro. Devo proprio ammetterlo, fui un ragazzo fortunato. Iniziare con una macchina così esigente era come imparare a nuotare in un mare in tempesta: o affogavi subito, o imparavi a domare le onde. Così, finito il liceo e con la ferma intenzione di non infoltire le schiere degli eterni laureandi, mi ritrovai ancora una volta alle prese con quella Leica. Ma questa volta non più come ingenuo esploratore urbano, bensì come “fotografo di scena” (in prova, s’intende) sul set di un improbabile western all’italiana intitolato, con involontaria ironia, “La Notte dei serpenti”. Mi ci aveva condotto Divo Cavicchioli, un toscanaccio arguto e schietto appena reduce da un’esperienza esotica in quel di “Queimada”, dove sembrava aver contratto la febbrile indolenza dei pomeriggi sudamericani. Ne portava il segno in quel suo languido oziare su un’amaca venezuelana nel terrazzino del suo studio ai Parioli. Un’attività nobile e contemplativa, certo, ma poco produttiva in termini di scadenze. E le scadenze, lo sappiamo bene, incombono sempre e comunque. E bisognava quindi stampare quei benedetti servizi fotografici realizzati tra un ciak e l’altro. Divo, con la sua logica contorta, tentò di convincermi che per imparare il mestiere fosse fondamentale – udite bene – saper stampare. Tentò, con malcelata perfidia, di segregarmi in camera oscura con un certo Rossi, un suo torvo assistente dall’aria triste e dalle mani perennemente macchiate di chimico. Il colpo, ovviamente, non gli riuscì. Sapevo già destreggiarmi tra acidi e bagni con una certa abilità, e intuii subito il pericolo. Se Divo si fosse accorto della mia competenza in materia, la mia carriera si sarebbe inesorabilmente arenata tra sviluppi e fissaggi. E dato che l’odore acre dei reagenti non rientrava certo tra le mie aspirazioni, decisi di chiudere il mio apprendistato con un deliberato sabotaggio. Sbagliai, con studiata imprecisione, la stampa di un’intera serie di circa cinquanta fogli diciotto per ventiquattro. Fu così che la mia breve parentesi in camera oscura conobbe un’immediata e definitiva conclusione.
Ma Divo, diciamocelo francamente, nutriva una congenita avversione per la fatica e la confusione dei set cinematografici. Così, qualche giorno dopo, con un gesto di liberazione mal celata, mi accompagnò alla Elios, quel assurdo villaggio western costruito alle porte di Roma, e mi abbandonò lì con la mia fida Leica d’antan, qualche rullino Trix Pan e una manciata di consigli frettolosi. Rimasi su quel set una settimana intera, un microcosmo di romaneschi cowboy e improbabili saloon. Scattai un’infinità di fotografie, cercando di catturare quell’effimero momento di finzione e realtà. E fu una soddisfazione inattesa, quasi una piccola rivincita, vedere che le locandine del film furono realizzate proprio con le mie immagini. Sarà stato perché, costretto dall’unica ottica a mia disposizione, quel sobrio cinquantino, ero “abbastanza vicino” e avevo involontariamente messo in pratica il consiglio lapidario di un altro maestro dell’obiettivo. Abbastanza vicino, comunque, a cogliere quell’ombra di verità che si cela anche nella più improbabile delle messe in scena. E quindi, parafrasando quel saggio ungherese, le foto furono, proprio per questa ragione, “ben riuscite”! Chissà. Forse la vicinanza, in fondo, è più uno stato d’animo che una distanza metrica.

il mio accostamento alla Fotografia iniziò con il colore ma anche con il bianco&nero ed in camera oscura imparai tantissimo da semplice autodidatta appassionato di Fotografia…anzi direi che con l’avvento della fotocamera digitale, era finita la vera fotografia che dovevi creare al momento dello scatto senza possibilità di aiutini successivi con il computer.
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A dire il vero gli “aiutini” si facevano, eccome, anche ai tempi della fotografia analogica. Vuoi in camera oscura, vuoi attraverso ritocchi “chimici” sulle stampe. Paolo Stroppa era uno dei migliori ritoccatori al mondo, aveva lavorato a New York sulle foto di Richard Avedon, ma non soltanto sulle sue. Certo le foto di reportage non venivano ritoccate, ma le altre certamente si.Il photoshop può essere uno strumento buono o cattivo, dipende dall’uso che se ne fa, ma una foto insignificante resta insignificante anche pesantemente ritoccata.Personalmente non sono né a favore né assolutamente contrario al photoshop.Ad esempio Steve McCurry a me sembra un tantino aiutato, certe densità e saturazioni del colore delle sue foto…
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sono d’accordissimo. bisogna stare vicini, dentro l’azione, per fare foto o video significativi. la timidezza non aiuta il fotografo.
poi mi hai ricordato Paolo Stroppa. mai conosciuto ma sempre sentito nominare.
si faceva stampare le foto a colori in grande formato le ritoccava con pennellini e colori e le rifotografava. negli anni ottanta prima di photoshop era richiestissimo e credo ben pagato dalla pubblicita’. .
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Paolo era un amico, mi ha dato una mano in diverse occasioni. Lo sai che era il ritoccatore di Avedon?
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mccurry e’ bravo superlavoratore e furbo.
corregge parecchio ogni foto.
anche quella della famosa ragazza. il verde degli occhi e’ parecchio accentuato 😉
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E si vede! Le foto che gli commissionarono qui in Sabina non erano gran ché, gli mancava l’esotismo.
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